Valentina Zanella, Alberto Rizzi e Nicola Fedrigoni

Difficile non farlo così dopo aver visto e ascoltato un elegantissimo Ugo Pagliai, il comandante della nave nel film, che ci conduce, con i suoi monologhi in una dimensione reale e onirica al tempo stesso, quasi fosse un Virgilio della commedia dantesca.

La pellicola è una vera rivelazione perché è, inconsapevolmente, in linea con ciò che sta accadendo in questo preciso momento storico, parla di una rinascita. «Il concetto di rimettersi in gioco cade a pennello: tutti quanti noi abbiamo voglia/necessità di ripartire». Il terremoto del 2012 piegò la regione emiliana ed è da qui che si snoda tutto il film. Questo drammatico evento non cambiò l’animo orgoglioso dei suoi abitanti che con grande intraprendenza ripartì con slancio, senza paura. «Con la volontà di tornare a sorridere e a godere dei propri luoghi sospesi». Sospeso è il mondo ritratto da Alberto Rizzi: attento alla realtà quanto all’immaginazione. Prosegue il regista veronese «a me piace vedere nella realtà quello che già c’è di magico, e questo per un regista non si traduce altro che in un cercare nelle location, nei costumi, nelle inquadrature, nella fotografia, nella regia stessa, quel confine teso e sospeso. Si tratta di essere un po’ come un funambolo sospeso fra due mondi: quello del reale e quello dell’immaginario che per me non sono mai distinti, infatti a volte ti domandi se quello che stai guardando sia un sogno o la realtà. Questa è la mia idea di leggerezza che ho portato nel film, È un mondo stralunato di musicisti di provincia, di pescatori e balere color zafferano». Guardare la realtà sorridendo, non ridendo o deridendo o facendone una farsa, Rizzi vuole semplicemente comprenderla con amore e bonarietà.

Il regista veronese Alberto Rizzi

I paesaggi scelti sono portatori di storie come il Po «qui ho colto la leggerezza che cercavo, questa sospensione perché anche le terre del Po sono sospese fra il fiume e i pioppeti, sono zone fluide, legate all’andamento del fiume e al paesaggio: da una parte sonnolento e dall’altra, pieno di turbinii sentimentali». Il territorio è parte fondamentale, «è il paesaggio narrativo dell’universo della provincia italiana: l’infinitamente piccolo assomiglia all’infinitamente grande, quindi più si è aderenti al microcosmo, più si riesce a parlare al mondo intero perché sono tratti riconoscibili da tutti». La trama è una storia d’amore delicata e l’emblema di una seconda occasione ben sfruttata, d’altra parte Si muore solo da vivi. Rizzi non riesce a trattenere l’entusiasmo, «il cast è talento puro; con Alessandro Roja abbiamo parlato molto e condiviso questa visione onirica del film ma tutti sono stati fantastici e professionali: la Mastronardi è incantevole con il suo sorriso, Neri Marcorè un fuoriclasse e Annalisa Bertolotti una vera scoperta».

Orlando (Alessandro Roja), ex-leader dei “Cuore aperto” è il protagonista che ha perso il fratello e la cognata nel terremoto del 2012 in una fabbrica di parmigiano reggiano. Da allora non si è più ripreso, nonostante debba badare ad Angelica, la nipote rimasta orfana. Amanda Lear (cameo azzeccatissimo) produttrice musicale e un ex-componente del gruppo (un Pannofino da Boris), lo svegliano da un torpore (forse ancora troppo inquieto), per ricomporre la band: «il funky è morto ma noi no». E poi c’è Chiara, l’ex-fidanzata, la bellissima Alessandra Mastronardi che ritorna dal passato per annunciargli le sue imminenti nozze, per fortuna arriva anche Neri Marcorè (l’amico chitarrista) che ci mette lo zampino per riavvicinare i due. Evidente è l’omaggio all’Orlando furioso di Ariosto, tanto amato dal regista veronese. C’è spazio anche per tributare i grandi del passato (Fellini) e del presente (Allen): scene che si susseguono per gli osservatori più attenti ma non stancano mai, anzi è chiara la visione di Rizzi che conserva un’originalità poetica senza veli. Alla prima nelle sale è proprio lui stesso ad accogliere il pubblico veronese (la sua città), con una vena di ironia (ne abbiamo veramente bisogno, ndr): «Dovevamo uscire il 2 aprile, con noi anche il film di Verdone “Si vive una volta sola” e l’ultimo 007 “No time to die”… forse ce la siamo un po’ tirata ma aspettare è servito ad arrivare qui oggi con grande gioia e soddisfazione».

Alberto Rizzi è alla sua prima prova sul grande schermo con un lungometraggio e questo debutto non poteva essere accolto in maniera migliore. A marzo il film era già in concorso al Festival del cinema di Bari e questo luglio ha aperto il Festival del cinema di Ischia (primo festival della ripartenza).

  
Merito di una produzione molto attenta ed equilibrata, quella guidata da K+Film, di fatto da Valentina Zanella e Nicola Fedrigoni che ci racconta come è nata l’idea del film, disponibile on demand dal 19 giugno e dal 2 luglio nelle sale di tutti i cinema d’Italia, a Verona al Fiume. «Valentina Zanella che è la produttrice creativa negli anni aveva raccolto tante idee e suggestioni sul territorio dell’Emilia, lungo il fiume Po, voleva raccontare un mondo bizzarro, quello della Bassa Padana. Le musiche che permeano quelle zone, l’umore dei suoi abitanti, il sapore della leggerezza che popola queste terre. Inoltre, ha giocato un ruolo chiave anche questa grandissima capacità degli emiliani di ripartire, dopo il terremoto del 2012, sempre con il sorriso sulle labbra, mai con la tristezza». «Lei stessa ha supervisionato anche la scrittura che è stata affidata subito a Marco Pettenello che poi, con Alberto Rizzi ha dato vita alla sceneggiatura e ai dialoghi dei protagonisti. Marco aveva già lavorato con  noi, ne Finché c’è Prosecco, c’è speranza, uscito nel 2017 che valorizzava un altro territorio italiano ricco di storie, le colline della Valdobbiadene, attraverso la recitazione impeccabile di Giuseppe Battiston.

Non è facile realizzare una bella commedia, Fedrigoni ci spiega che «c’è voluto un anno per la gestazione, la scrittura, poi un altro anno per la preparazione e la produzione ed infine, un terzo anno (questo che stiamo vivendo) dedicato alla distribuzione e alla promozione». Se un film funziona, significa che oltre al regista che è come il direttore di un’orchestra, ogni elemento fa la sua parte in maniera egregia. «Tutto il team di K+Film (la nostra casa di produzione) dal bravissimo Gabor Agoston, il nostro location manager, a Gloria Zanette che ci tiene sempre tutti uniti, ai ragazzi del montaggio coordinati Davide Rizzini, ha dato il doppio del massimo perché amano il cinema». Come per il film Finché c’è Prosecco, c’è speranza, Marzio Moschin è di nuovo il direttore della fotografia, «un fiore all’occhiello della K+Film, pluripremiato già nella scorsa produzione, conquista nuovamente pubblico e critica che lo onora con un paragone a Vittorio Storaro (vincitore di tre premi Oscar, per Apocalypse Now, Reds e L’ultimo imperatore)».

Nicola Fedrigoni, cognome importante, da veronese doc, ha fatto la vera gavetta romana di produzione, «al primo film portavo i caffè, poi piano piano sono stato fortunato, come si dice, posto giusto al momento giusto… poiché conoscevo bene l’inglese e avevo capacità informatiche sono entrato fin da subito nel giro dei film americani, da Ocean’s Twelve ai film di Wes Anderson e tanti altri. Entrando in questo gruppo ho avuto l’opportunità di fare delle esperienze bellissime, in qualità di location manager: sceglievo insieme al regista i luoghi dove girare. Un lavoro fantastico ma molto faticoso, sei il primo che arriva sul set e l’ultimo che se ne va. Un passaggio fondamentale c’è stato con il film Letters to Juliet che ha fatto conoscere Verona al mondo intero. Con K+Film abbiamo curato diverse produzioni, occupandoci dell’organizzazione, della logistica dei set americani, per esempio quello di Guerre Stellari sulle Dolomiti. Questo lavoro di ricerca e sviluppo creativo per le produzioni statunitensi, innamorate della nostra bella Italia, ci ha illuminato. È così che abbiamo messo in moto una società in grado di valorizzare i nostri microcosmi, la bellezza dei nostri luoghi con le loro storie e le loro peculiarità. Prima sulle colline del prosecco e ora con il Po. Grazie a questa lunga esperienza possiamo godere dell’amicizia di alcuni grandissimi maestri come lo scenografo Massimo Pauletto (film di Sorrentino e Garrone), che anche in Si muore solo da vivi ha messo un entusiasmo pazzesco e una professionalità senza eguali».

Per il futuro sembra esserci una sorpresa in cantiere. «Diciamo che in questa quarantena ci siamo dedicati alla ricerca e allo sviluppo dei testi letterali, libri, nuove sceneggiature originali. Spesso le case di produzione indipendenti in Italia tendono ad accontentarsi, noi vogliamo andare oltre. I maestri del cinema mi hanno sempre detto che quando hai un’idea devi pensare in grande, devi metterti al servizio dell’idea stessa: è giusto essere ambiziosi in questo mestiere».