In questi giorni le immagini di Roberto Puliero si sono inevitabilmente susseguite sulla stampa, e nella memoria. Non lo conoscevo, se non per incontri casuali in comuni eventi e per quello che ha rappresentato (in tutti i sensi) per la città di Verona, ma per le strade della città lo si incontrava: alto, robusto, capelli ricci e lunghi, al vento, scomposti (simile nello stile alla pettinatura dello psichiatra Vittorino Andreoli, chissà l’assonanza!) come foglie di un albero, un gigante buono. Quello che rimaneva impresso tra tutto era il sorriso, un sorridere che aveva un sapore molto particolare, e quando mi capitava lo osservavo, come in questi giorni nelle foto. D’improvviso, una statua, un volto, e le immagini si sono sovrapposte, mi è venuta in mente una similitudine: lo stesso sorriso di Cangrande della Scala, Signore di Verona dal 1308 al 1329.

Associo Roberto Puliero agli anni del liceo, e prima ancora della figura di attore nei cortili dell’estate teatrale veronese, mi viene in mente la sua voce che usciva come comizio agli altoparlanti attaccati al balcone di Palazzo Carlotti in piazza Brà la domenica pomeriggio. 

La radiocronaca della partita di calcio del Verona un appuntamento fisso, identitaria diremmo oggi, quando la radio bastava a far sognare, e una radio con un nome che aveva lo stesso peso, Radio Adige, quello che ride. Sotto, come si conviene al mito, sostava sempre una piccola folla di gente, come se non bastassero l’amplificazione e le urla di Alè alè alè bum bum a squarciagola ad un eventuale goal. Le parole di Puliero erano verbo: “L’ha ditto Puliero a la radio!” non aveva smentita, meglio del Sindaco e di qualsiasi politico.

Ricordo quella Verona, non con nostalgia ma con un po’ di rabbia: una città che produceva cultura che non aveva paura di sé, dove gli abitanti facevano gli abitanti, ognuno aveva il proprio ruolo e si agiva. Una Verona che non voleva imitare nessun’altra città, sapeva di Provincia (come oggi del resto) senza l’ansia di doversi confrontare con qualcosa o copiare qualcuno, ma non era ferma; Verona non era Milano (non lo è neppure oggi) e Milano non è Italia, nel senso di unicità: ogni territorio ha caratteristiche a sé e su quelle si forma il valore dell’insieme, rielaborandolo diventa innovazione, futuro.

Roberto Puliero probabilmente conosceva il valore di questa città e lo ha reso esplicito attraverso l’ironia, figura retorica che dissimula il reale, crea finzione per far riflettere, è sistema immunitario della mente, distrae dal quotidiano per ritornarci poi con la coscienza di un punto di vista: tutti i personaggi interpretati, raccoglievano un carattere della città come specchio, per sorridere di noi stessi riflettendo. Andando avanti, oltre. Lo faceva con garbo, come un vero giullare può fare, con cultura, là dove oggi senza diventa insulto, volgarità, vuoto.

Ma quel sorriso sempre in viso la dice lunga, dice di più, dice di coloro che sanno prevedere, guardare oltre e tacere, quel sorridere di Dante sul finire del suo viaggio nel canto XXII del Paradiso: «Col viso ritornai per tutte quante le sette sfere e vidi questo globo, tal ch’io sorrisi del suo vil sembiante».

Il sorriso, cosciente del suo potere relazionale, spesso accompagna un contenuto difficile da esprimere, un contenuto che crea disagio nell’altro, là dove un dire ostile può essere mitigato da un sorriso sincero, o essere rafforzato da un sorriso ironico o sarcastico. Il sorriso può essere usato per rompere una relazione ineguale, è una delle poche armi di cui disponiamo per costringere l’altro, che magari non ha nei nostri confronti un atteggiamento nettamente positivo, a cambiare tale atteggiamento, suggerendogli una direzione gradualmente positiva.

Così faceva Cangrande, così lo ha scolpito Giovanni di Rigino, quel sorridere che è ridere senza rumore, con un leggero movimento della bocca e degli occhi: abile politico, mecenate, gioviale e cortese (come lo ricorda Dante), eloquente oratore, valoroso cavaliere che bene conosceva le strategie di guerra e l’arte dell’accoglienza, con un sorriso, in anni in cui Verona è stata al massimo della sua fioritura, della sua capacità di guardare oltre e di relazionarsi, forse anche per quel sorriso. 

Can Francesco, divenuto Can-grande per la sua corporatura e altezza, rara per quel tempo, guarda caso la stessa di Roberto Puliero, non solo il sorriso. Segni distintivi del territorio. Strategia.

Ma non basta. Nel gioco che ormai mi è attitudine, oltre che mestiere, a quella di Puliero e di Cangrande si sovrappone l’immagine del “Fanciullo con disegno” (conosciuto anche come Giovane con disegno di pupazzo) quel dipinto ad olio su tavola del pittore veronese Giovan Francesco Caroto, del 1523, che si trova (di nuovo per fortuna) al Museo di Castelvecchio. Incredibile, lo stesso sorriso degli altri due.

Lo storico dell’arte Lionello Puppi osservava oltre all’originalità del soggetto, l’ “humour sorprendentemente moderno” del pittore e della sua opera. A questo punto è una certezza, il carattere dei veronesi è questo sorriso, forse quella leggerezza che Calvino descrive come planare dall’alto con il cuore leggero senza macigni, forse qui risiede il senso della bellezza di questa città che si ricorda dei suoi eroi troppo poco e troppo si perde in chiacchiere che prolificano tra abitanti a volte indifferenti e annoiati.

Non ci sono più gli altoparlanti in piazza Bra’, ma domenica prossima se non avete nulla da fare (e se ce l’avete trovate un altro giorno) andate a visitare Castelvecchio, nel Museo troverete il Fanciullo del Caroto e la statua di Cangrande, e non solo.

Ci sarà Anche Roberto Puliero, ne son certa.