Eppure chi la scopre ora, per la prima volta, non può fare a meno di definirla affascinante: una storia in bilico tra un meraviglioso tentativo di salvare vite e le drammatiche conseguenze che ne scaturirono. Tutto partì dalla volontà dello stesso Muccioli di trovare una risposta all’emergenza sociale scoppiata con l’abuso di eroina da parte dei più giovani, dando rifugio a chiunque volesse uscire dal tunnel della droga. La comunità crebbe esponenzialmente negli anni seguenti, ma non senza difficoltà. Dalla sua fondazione alla morte di Muccioli, nel 1995, San Patrignano finì spesso al centro delle polemiche: sia per i metodi impiegati nel recupero degli ospiti, come l’uso delle catene, sia per i due suicidi e l’omicidio che ne destabilizzarono lo status quo. Episodi narrati anche nel documentario “SanPa: luci e tenebre di San Patrignano”, prodotto e distribuito da Netflix, che ha riaperto vecchie ferite rimarginate raccogliendo lodi, ma anche critiche soprattutto da parte di coloro che in questa docu-serie hanno visto un attacco nei confronti di chi aveva salvato loro la vita. Tra loro c’è anche il veronese Luigi Bertacco, che entrò in comunità a soli 25 anni grazie all’intervento provvidenziale di sua madre Anna Maria. Luigi iniziò il suo percorso nel 1986, quando San Patrignano si era già espansa ben oltre il centinaio di ospiti dei primi anni, eppure era ancora immersa in un’atmosfera tutto sommato serena, lontana anni luce da quelle “tenebre” che sarebbero calate sulla comunità negli anni a venire.

Iniziamo dal principio: come sei arrivato a San Patrignano?

Non è stata una mia decisione: ero messo male mentalmente e fisicamente (pesavo meno di 50 chili). La parte fondamentale di tutto fu mia madre, che un giorno mi fece trovare le mie cose dentro un sacco nero fuori di casa e mi disse: «Io ci sono, ci sarò sempre, ma nel momento in cui sei disponibile a farti aiutare». Con il senno di poi capisco che è stata la decisione più dura che ha dovuto prendere, ma la più giusta, perché senza di lei non sarei nemmeno qui a parlare.

Quanto tempo sei restato in comunità?

Ci sono restato un anno e mezzo ed era una cosa stranissima, perché di solito il percorso durava quattro anni. Ancora mi chiedo come abbia fatto a capire (Vincenzo Muccioli, ndr) che era il momento giusto.

Qual è il tuo primo ricordo di quando sei entrato a San Patrignano?

Ci sono tante cose di quel giorno che mi ricordo. La prima cosa che ho visto sono state due tigri in una gabbia immensa con alcune persone dentro che gli davano da mangiare. Poi venni a sapere che tanti di quegli animali erano lì perchè abbandonati dai circhi, dagli zoo. Dopo poco ho visto la sala da pranzo che mi è sembrata immensa e in questo spazio la gente sorrideva, erano tutti contenti e chiacchieravano a tavola. E non riuscivo a capacitarmi del fatto che tutti fossero sereni.

Che rapporto avevi con Vincenzo Muccioli?

Vincenzo era venuto, un mese prima che entrassi in comunità, a Verona per un incontro in Gran Guardia e mia madre ha fatto di tutto perché avvenisse questo incontro tra me e lui. In quel momento mi ha guardato e ha detto «Vedi di venire da noi, altrimenti crepi». Io non gli avevo dato peso. Quando poi me lo sono trovato davanti a San Patrignano lui mi ha detto: «Questa è casa tua, qualsiasi cosa di cui hai bisogno io ci sono. Ma sappi che da questo momento scatta un meccanismo che ti farà pentire di quello che hai fatto. Tu però sei venuto qui a chiedermi aiuto e se domani, tra due ore o tre giorni dici che te ne vuoi andare, scordatelo. Io te lo impedirò in tutte le maniere».

Com’era la quotidianità a San Patrignano?

Il lavoro era un modo di tenerti occupato, ma la quotidianità era scandita dal gruppo in cui eri inserito. Lo schema partiva con la colazione e poi si andava al lavoro fino a circa l’ora di pranzo e ci si confrontava, si parlava: non si lavorava con la frusta. Dopo il pranzo ci si riposava e poi si lavorava di nuovo nel pomeriggio. La sera si poteva andare al teatro a vedere un film, a suonare insieme. Era una vita il più possibilmente normale, un microcosmo della società esterna fatta di lavoro, relazioni umane, contatti, idee, iniziative e progetti.

In che gruppo di lavoro eri inserito?

Io inizialmente ero con i fabbri, poi sono stato un periodo, il più lungo, con i bambini dell’asilo e del doposcuola (figli degli ospiti e anche di qualche dipendente della comunità) perché ai tempi ero iscritto alla vecchia facoltà di pedagogia. Poi piano piano sono entrato nella “regia” quando sono state comprate le prime telecamere.

Si è parlato molto, all’epoca, degli episodi di violenza in comunità o dell’incatenamento degli ospiti…tu cosa ne pensavi?
Io non sono mai stato nemmeno sfiorato. Certo, dire che non è successo niente sarebbe follia, perché c’è stato un morto, ma quello è stato un episodio, non era la prassi. Per quanto riguarda le catene: stiamo parlando dei primi anni ’80, quando nessuno sapeva niente di come muoversi e in giro non c’erano risposte contro la droga. Quelli di San Patrignano erano tentativi e tante delle persone che sono state salvate continuano a dire tutt’oggi: «Per fortuna che mi ha tenuto chiuso dentro». Gli stessi che hanno chiamato i carabinieri la prima volta, hanno chiesto di rientrare in comunità, chi dopo un mese o dieci giorni. E Vincenzo li ha riaccolti tutti.

E cosa ne pensi, quindi, della docu-serie di Netflix?

Hanno perso la migliore occasione di stare zitti. La cosa da fare era: o stare zitti o fare una narrazione come è stata fatta nelle prime due puntate. Il minimo sindacale era sentire altre voci: andare da coloro che ora hanno figli e hanno una loro vita. Verona ne è piena.

Qual è stata la prima cosa che hai fatto quando sei tornato a casa?

La prima cosa che ho fatto una volta uscito, a parte la stupidata di comprarmi le Marlboro perché là non si fumavano, è stata correre dai miei nonni. Poi mi sono fermato da loro e siamo rimasti a chiacchierare tutta la sera. Avevo una voglia folle di vederli…erano importantissimi per me.

Hai più mantenuto i contatti con la comunità una volta uscito?

Sì sono andato spesso a trovarli e nel frattempo io, Stefano (il fratello di Luigi, ndr) e mia mamma, nel 1989 abbiamo aperto AGARAS, un’associazione che doveva servire da ponte tra san Patrignano e il territorio.

Quanto è stato difficile costruire la tua quotidianità da zero?

La mia quotidianità dopo, da un certo punto di vista, è stata la prima vera quotidianità. Sono riuscito a mettermi in pari con i miei coetanei anche se ero in chiaro ritardo: ho avuto una parentesi della mia vita che era un buco nero. È stato difficile ma non impossibile. Mi sono sposato, ho avuto due figli fantastici, e ora ho un bimbo che ha 22 mesi. Ho avuto un’altra possibilità.

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