«Quando il mare è calmo – diceva Publilio Siro – ognuno può far da timoniere». Ora che gli oceani di tutto il mondo sono agitatissimi in seguito alla pandemia da Coronavirus, anche gli amministratori locali fanno appello ad una unitarietà di intenti per traghettare le proprie navi fuori dalla tempesta. È così anche per il sindaco del Comune di Verona, Federico Sboarina che, come  molti suoi colleghi, si è trovato a gestire una situazione imprevista, imprevedibile, dolorosa e del tutto eccezionale. Abbiamo raccolto le sue sensazioni, provando ad immedesimarci in un ruolo di responsabilità accentuato esponenzialmente dall’emergenza.

Sindaco, partiamo innanzitutto dall’aspetto più importante, quello sanitario. Come ora sta la nostra città?

Verona, dal punto di vista sanitario, sta sicuramente molto meglio rispetto a due mesi fa. Ricordo che eravamo partiti all’inizio molto lentamente. I primi due contagi sono stati nei primi giorni di marzo ed eravamo la città della provincia meno contagiata di tutto il Veneto. Poi, dopo il weekend del 7 e dell’8 marzo, sono esplosi i contagi e, ahimè, abbiamo scalato la classifica e siamo andati davanti a tutti per numero di contagi, di decessi e di terapie intensive. 

Qual è stata la fase più critica?

Quel mese fra la metà di marzo e la metà di aprile in cui la parola d’ordine era “restare in casa per lasciare fuori il virus”. Oggi la parola d’ordine, fortunatamente, è “ritorniamo a fare tutto” però con responsabilità e con buon senso, cercando di mantenere le distanze, evitando gli assembramenti, usando la mascherina e tutte quelle precauzioni che in una fase come questa, dove l’attenzione deve rimanere alta, ci preservano da eventuali ricadute e scongiurano un aumento ulteriore della linea di contagio.

Immaginiamo che tutto avrebbe pensato alla vigilia della sua candidatura a sindaco, ma non certo a una situazione del genere. 

Devo ammettere che mai avrei pensato – perché nessuno mai lo avrebbe pensato –, dalla sera alla mattina, di entrare in guerra. Perché è chiaro che questa è una guerra, subdola, che sta continuando. Adesso è ancora più dura perché si rischia anche di dimenticare tutto quello che abbiamo passato in poche settimane. La guerra che conosciamo lascia le macerie, che sono un monito, il virus non lo vedi, e ti illude in fretta che tutto sia finito e che tutto è tornato come prima. Invece abbiamo problemi sociali ed economici, l’amministrazione è in grave difficoltà come tutti i comuni d’Italia, le categorie economiche sono in difficoltà – i bar, i ristoranti, gli alberghi, il turismo, Fondazione Arena, la Fiera… 

Dal punto di vista personale, quali sono stati i momenti più difficili? 

Il 31 marzo, quando in una Bra deserta risuonava struggente il Silenzio per le vittime del Coronavirus, e l’arrivo delle salme da Bergamo. Questa triste vicenda si è unita anche a una situazione personale: ai primi di marzo ho portato la famiglia, mia moglie Alessandra e i nostri bimbi, dai nonni assieme a una zia perché così potevo dedicarmi in toto all’emergenza. Li ho rivisti dopo due mesi: tenete conto che proprio il 31 marzo era il compleanno di Jacopo (il primo figlio del sindaco, ndr) io quel giorno ero già triste perché non riuscivo a festeggiare il compleanno di mio figlio e poi c’è stato anche quel momento che è stato uno dei tanti pugni nello stomaco che mi sono arrivati, dal punto di vista emotivo, in queste settimane. 

Bergamo?

È stato molto pesante. Quando ti ritrovi a vedere una colonna di militari che trasporta delle bare che provengono da un’altra città perché non c’è spazio per loro per essere sepolti o per essere cremati, quando ti arriva nello stesso giorno la comunicazione di un familiare che ti chiede se la bara numero 52 era arrivata a Verona perché non sapeva neanche dove il suo caro era stato portato, quando vivi in prima persona una situazione di questo tipo, vi assicuro che l’emotività e la difficoltà diventano veramente quasi insostenibili. 

Il sindaco in attesa dei convogli con le bare da Bergamo

E nel frattempo c’era da amministrare una città…

Sì, e ho dovuto prendere provvedimenti urgenti e restrittivi che a mio avviso sono stati fondamentali in quella fase peggiore di marzo. 

Cosa pensava in quei momenti?

Agli enormi sacrifici a cui erano sottoposti 257 mila veronesi. Persone che erano costrette in casa, con tutte le loro difficoltà, gli anziani da soli, le famiglie coi bambini, i ragazzi che sono stati bravissimi e che non potevano fare quello che normalmente fanno, gente che perdeva il posto di lavoro. In quei momenti pensi a queste storie e ancora adesso mi arrivano, telefonate, messaggi sui social e in posta privata, commenti, email e quant’altro. Pensi e senti la responsabilità di dover dare una risposta a tutti, devi trovare una soluzione per ogni cosa. 

Ed è riuscito ad affrontare queste responsabilità?

Devo dire che più mi addentravo in queste difficoltà e più la mia determinazione cresceva: proprio in situazioni come queste, in cui è giusto essere emotivamente colpito, perché significa che sei umano, devi andare avanti e devi prendere anche delle decisioni difficili, che magari che i cittadini fanno fatica ad accettare, ma sei conscio che lo stai facendo per il bene della tua comunità, e quindi vai avanti a velocità doppia.

A tal proposito, hanno fatto scalpore le immagini di Piazza Erbe affollata di gente e lasciata in disordine. Il provvedimento che ha preso, di vietare il consumo di alcolici in piedi fino al 2 giugno ha sollevato molte polemiche perché colpisce tutti i locali indistintamente. È convinto di questa sua decisione?

In tutta Italia, non solo a Verona, si sono create queste situazioni e i sindaci, che sono chiamati a tutelare la salute di tutti, hanno preso dei provvedimenti restrittivi. Addirittura, in alcune città è stata imposta la chiusura dei locali, o la chiusura ad un orario anticipato. Avrei potuto allinearmi ai colleghi e non l’ho fatto per non gravare ulteriormente sulle attività, già duramente colpite. Ricordo piuttosto che stiamo andando incontro agli esercizi commerciali allargando – come mai è stato fatto – i plateatici, proprio per dare la possibilità di consumare stando seduti, mantenendo le distanze e senza avere problemi di nessun tipo. L’allargamento dei plateatici e il provvedimento restrittivo che ho adottato dopo quella notte in Piazza Erbe vanno in quella direzione: non si impedisce agli esercenti di lavorare né ai ragazzi di divertirsi, si chiede soltanto di sparpagliarsi in centro, di far lavorare a tutti gli esercizi commerciali e di sedersi nei plateatici che oggi ci sono non solo in centro, ma anche nei quartieri. Su quello non c’è non c’è nessun divieto. 

Parlavamo prima di ricostruzione e di ripartenza. Tocchiamo alcuni punti nevralgici dell’economia scaligera e partiamo dalla stagione areniana rimandata e dalla recente manifestazione con i parlamentari veronesi per chiedere la deroga per i posti all’interno dell’anfiteatro…

I 18 parlamentari veronesi, che ringrazio, hanno chiesto assieme a noi che Fondazione Arena non venga lasciata sola. I tremila spettatori richiesti, rispetto ai mille consentiti dal DCPM, sono imprescindibili per una tenuta economica della proposta alternativa di agosto con palco centrale, “Nel cuore della musica”. Ricordo che, in tempi normali, il nostro modello di business è tarato sulle 13500 persone, che è la capienza dell’Arena. 

Una richiesta anche per il futuro?

Vorremmo che Fondazione Arena fosse trattata in modo diverso perché è diversa da tutte le altre fondazioni lirico-sinfoniche. È un patrimonio nazionale, ha ricavi dalla vendita biglietti a bilancio per 27 milioni e anche questo costituisce un unicum.Nessun’altra fondazione ha un impatto così importante sul bilancio complessivo, siamo più grande teatro all’aperto al mondo e meriteremmo più attenzione dalle istituzioni centrali. 

Sulla Fondazione sembra piovere sul bagnato…

In Italia si va in deroga praticamente su tutto, l’unica cosa che sembra non poter andare in deroga è il pareggio di bilancio delle fondazioni lirico-sinfoniche, che oggi più che mai, in seguito alla pandemia, diventa veramente complicato da garantire. Come dicevo, i nostri parlamentari si sono già attivati per darci una mano, perché Fondazione Arena è uno degli asset principali della città, pilastro della nostra economia, dà da lavorare a centinaia di persone creando un indotto che abbiamo quantificato in circa 600 milioni di euro. Dobbiamo trovare una soluzione, quest’anno abbiamo già perso Vinitaly, un altro asset principale. È chiaro che la città è in ginocchio e non sappiamo se a settembre le Fiere potranno ripartire.

Sboarina e i parlamentari veronesi insieme alla Sovrintendente Cecilia Gasdia

Agsm, il 20 maggio arriva un comunicato congiunto con AIM con una richiesta di “partecipazione” ad altri operatori per una sorta di indagine di mercato. Questa nota ha spiazzato molte persone, perché sappiamo che da una parte c’è la richiesta di gara pubblica, dall’altra sembrerebbe esserci la volontà dell’amministrazione di portare avanti un progetto consolidato tra le due municipalizzate venete e AIM…

Non è così. Per mesi tante persone hanno parlato senza avere letto le carte e senza conoscere i fatti. AGSM è rimasta spesso in silenzio perché, trattandosi di accordi riservati e di strategie industriali ai massimi livelli, c’erano dei dettagli secretati. Il percorso, come ha ribadito il presidente Finocchiaro nei giorni scorsi, non è del 20 maggio, era già stato delineato nel term sheet firmato a dicembre, cioè che si partisse con la predisposizione di un progetto preliminare con A2A perché gli advisor avevano rilevato che tra le cinque principali aziende a livello nazionale avesse le caratteristiche di cui Agsm e AIM avevano bisogno, ma già nel term sheet di dicembre si era stabilito che il criterio dell’infungibilità dovesse essere verificato. È partita un’indagine comparativa sia con chi aveva già manifestato il proprio interesse, Hera, Alperia e Dolomiti Energia, e sia con chi quell’interesse non lo aveva dimostrato, Iren. 

Cosa succederà secondo lei?

Non so se il partner industriale sarà A2A o se arriveranno delle proposte migliori o migliorative da altri operatori, dico solo che l’aggregazione – e faccio mie le parole dei lavoratori – non è più un’opzione, ma una necessità. La seconda cosa che dico è che il mandato che è stato dato al presidente Finocchiaro prevede, dal mio punto di vista, tre obiettivi: la garanzia dei posti di lavoro, il mantenimento dell’identità territoriale e il radicamento sul territorio dell’azienda che dovesse venir fuori e il rafforzamento dell’azienda che si deve confrontare un mercato che è sempre più aggressivo e che rimanendo da sola ti porrebbe su un piano di fragilità che sarebbe molto preoccupante per i prossimi anni. 

E chi sostiene che ci doveva essere un dibattito pubblico sull’aggregazione?

Il dibattito pubblico è iniziato quando poteva iniziare, io ho visto le carte ai primi di maggio e dal giorno successivo sono partiti tutti gli incontri con le stesse carte che ho visto io, con consiglieri di maggioranza, consiglieri di minoranza, categorie economiche, parlamentari, consiglieri regionali. Ora l’obiettivo è condividere e studiare i documenti, evitando chiacchiere o fake news come quella del rischio di perdita di 300 posti di lavoro circolata a dicembre, sapendo il peso specifico che ha per noi Agsm, e poi il consiglio comunale si esprimerà in merito. 

Il 13 marzo scorso è stato chiuso anche l’aeroporto Catullo, che rimane tuttora chiuso. Sembra che non sia arrivata al Ministero la richiesta di riapertura e le principali accuse sono ricadute su Save. Non c’erano le condizioni per riaprire, come è successo in altre città?

Attorno al 13 maggio, quando è stato riaperto l’aeroporto di Milano, è uscito un comunicato stampa in cui si far riferimento a un’apertura imposta dal ministero su Orio al Serio, a Bergamo, quando la società che gestisce lo scalo avrebbe tenuto volentieri chiuso. Un aeroporto ha costi esorbitanti, il problema non è riaprire o non riaprire, è se le compagnie volano meno.  Ora, ci sono aeroporti che hanno riaperto e hanno avuto dei costi importanti, con un volo al giorno. Significa che hanno iniziato ad avere perdite pazzesche. Fino al 3 giugno, con l’eventuale riapertura delle frontiere, non avrebbe senso riaprire il Catullo. 

Alla luce anche delle difficoltà che i Comuni stanno registrando, sono a rischio alcune opere strategiche annunciate dalla vostra amministrazione? Parliamo di Central Park, di riqualificazione del casello di Verona Sud… 

Il casello di Verona Sud lo deve fare l’A4 e lo farà l’A4. Central Park è una questione di cui stiamo parlando con le Ferrovie e stiamo cercando comunque di trovare delle soluzioni per andare avanti nonostante i rallentamenti dovuti all’emergenza. Quello che veramente viene messo a rischio dalla crisi post Coronavirus sono i servizi essenziali. Con alcuni sindaci stiamo discutendo se in alcuni casi è auspicabile rinunciare all’illuminazione pubblica, siamo in queste condizioni qua. Quelli che sono a rischio sono i servizi per i più deboli, sono i servizi essenziali per tutti, quello dell’illuminazione pubblica è emblematico e lo portiamo come esempio eclatante. Se non avremo più risorse, saremo costretti a spegnere i lampioni, di questo stiamo parlando. 

Esiste il famoso tesoretto di 35 milioni derivante dall’avanzo di amministrazione del 2019? 

In questo momento, a causa dell’emergenza Covid-19, il Comune risente di una perdita di 50 milioni. È vero che c’è ma partendo da meno 50 chiaro che dobbiamo ragionare di fare dei tagli per 15 milioni e non per 50, grazie a questo avanzo, per l’equilibrio di bilancio. Se il Governo non ci permette di fare debito, la strada in questo momento è questa. Immaginiamo cosa significherebbe tagliare servizi per 50 milioni…

Lei ha già superato il giro di boa, i due anni e mezzo di amministrazione. L’intensa esperienza di questi mesi le ha dato più forza, le ha dato qualche pensiero in più? Al termine del mandato che tipo di riflessioni farà?

Le riflessioni farò al termine del mandato. Oggi, oltre che rispettare le regole, c’è una città da ricostruire, dal punto di vista sociale e amministrativo. È molto più difficile questa seconda fase che non quella che abbiamo passato nelle settimane scorse. Io mi sono chiuso qua a Palazzo Barbieri per due mesi, avevo le camicie in ufficio, sono fatto così, sono testardo, fino a che non risolvo un problema non mi muovo. Più arrivano i problemi e più aumenta la mia determinazione. 

Quanto sente la responsabilità di essere sindaco?

La responsabilità di essere sindaco, a maggior ragione in un contesto come questo, è tanta. Se ho sempre detto che la fascia tricolore ha un peso importante quando la porti perché ti senti responsabile di migliaia di persone, oggi quella fascia è come se fosse fatta di ghisa, è pesantissima, però la porto ancora con maggior orgoglio perché so che la città ha bisogno di risposte, ha bisogno di andare avanti, ha bisogno di ripartire e ha bisogno che il sindaco, l’amministrazione, la stampa, le categorie – ecco perché anche la recente iniziativa della Carta dei Valori è importante – siano vicini, compatti. La città oggi non ha bisogno né di solisti né di strumentalizzatori perché la gente ha bisogno di risposte, che si possono dare semplicemente insieme, ognuno con il proprio ruolo, andando tutti nella stessa direzione. 

C’è qualche ringraziamento che si sente di fare?

Innanzitutto, ringrazio i veronesi perché, se abbiamo superato quei mesi di marzo di aprile, è anche perché c’è stato un comportamento veramente incredibile da parte loro. Poi gli infermieri, i medici, i farmacisti, gli operatori sanitari, i commessi e le commesse dei supermercati, la Protezione Civile, le migliaia di volontari che hanno donato nelle varie raccolte fondi per dare una mano agli ospedali e alla sanità. C’è veramente una marea di persone, sia come semplici cittadini e sia poi ognuno nel ruolo istituzionale che doveva ricoprire in quel momento, a cui dire semplicemente un grandissimo grazie perché abbiamo dimostrato, stando qua, guardando fuori quel silenzio di cui parlavo prima, quell’emotività che ha colpito anche me, che ci dava proprio idea di una comunità, un senso di una comunità.