Nel momento in cui la cortina delle misure preventive si ritira, e il mondo muove i primi passi verso un’apparente normalità, una cosa diventa chiara per tutti: il coronavirus non è soltanto un problema di salute. Tra mercati azionari che crollano, scuole e università che riaprono tra mille ostacoli, interi settori messi in ginocchio, lo shock provocato da questa pandemia ha ridefinito i confini delle nostre economie e delle nostre quotidianità, e soprattutto ha messo in luce le carenze di un sistema lavorativo, tanto pubblico quanto privato, che al momento sembra funzionare solo se le donne svolgono ruoli multipli e sottopagati.

Ne è diventata una testimonianza diretta il ruolo del temuto, agognato, forse mai davvero capito, smartworking nel corso degli ultimi mesi: ci è voluto il coronavirus per farci scoprire questo strumento di cui in realtà disponiamo da tempo, se si considera che nel 2017 la legge 81 ne ha definito i contorni, sia per la sfera privata che per quella pubblica. La diffusione del coronavirus, e la necessità di chiudere la maggioranza dei luoghi di lavoro considerati non essenziali, hanno creato di fatto il più vasto esperimento di smartworking del mondo occidentale, coinvolgendo oltre 8 milioni di lavoratori. Insomma, lo smartworking si è trasformato da moderno strumento di lavoro a dispositivo di protezione personale in poche settimane: ma le conseguenze di questo passaggio non sono state solo positive, soprattutto per le donne lavoratrici.

Abbiamo chiesto un parere al riguardo a Mary Elizabeth Wieder, Presidente di Verona Professional Women Network, l’associazione non profit nata a Verona con l’obiettivo di creare un network per unire e sostenere le donne professioniste. «Lo smartworking può avere molti vantaggi, anche in base al tipo di lavoro che si svolge. Certo si perde il contatto umano, ma lavorare da casa non influisce necessariamente sulla produttività. Le difficoltà iniziano quando ci si ritrova a casa con i figli piccoli: per molti genitori, e soprattutto per molte madri, è complesso incastrare gli impegni lavorativi con la cura della casa e dei bambini. Purtroppo le responsabilità in questo campo tendono a ricadere sempre e solo sulle donne. Il nodo della questione però è esclusivamente culturale: ci sono già gli strumenti perché uomini e padri possano dividersi le responsabilità di cura in casa e in famiglia, ma a volte non vengono sfruttati perché a loro non sembra necessario. Eppure lo è, e lo era anche prima della pandemia: basti pensare a quante donne sono costrette ad accettare un part time, o addirittura a lasciare il lavoro per occuparsi dei figli».

Le fa eco anche Daniela Ballarini, presidente del capitolo veronese di EWMD Italia (European Women’s Management Development Network), che ci spiega: «La fotografia che emerge dai racconti delle nostre associate evidenzia una realtà in cui, nella stragrande maggioranza dei casi, il carico del lavoro a casa ricade sulle donne. Anche chi prima poteva usufruire di certi servizi, come baby sitter o colf, si è ritrovata a dover fare tutto da sola, troppe volte senza alcun aiuto da parte di mariti o compagni. Con il confinamento in casa il rischio è quello di non avere più uno stacco tra lavoro e famiglia, e le donne si ritrovano con un carico lavorativo estremo, direi».

Non solo lati negativi, però: «La flessibilità concessa dallo smartworking in certi casi ci ha concesso di riscoprire i lati positivi del vivere in famiglia. Io, per esempio, ho avuto modo di passare molto più tempo con mio figlio, in un modo diverso rispetto per esempio a quando lui era ancora un bambino. Certo, mi rendo conto che molte altre donne invece sono andate incontro a tante difficoltà, e forse le conseguenze sulla condizione lavorativa femminile dei mesi di lockdown non le abbiamo ancora vista tutte. Purtroppo, con il coronavirus dovremo conviverci in qualche modo ancora per un po’, e gli effetti dell’emarginazione sociale di tante donne si faranno sentire nel lungo periodo».

Qual è allora la soluzione per evitare che il futuro si trascini le conseguenze di questa disparità sociale e lavorativa? Wieder e Ballarini concordano anche su questo punto: le donne dovranno essere al centro delle politiche disegnate per il rilancio dell’economia, non solo come soggetti beneficiari, ma anche e soprattutto come attrici del cambiamento, mettendole in prima linea nella costruzione di soluzioni a lungo termine.