Damiano Tommasi - bandiera europea

No, i capelli, alla fine, non se li è tagliati per diventare sindaco, come gli aveva richiesto qualche cittadino attempato. Damiano Tommasi è entrato a Palazzo Barbieri così com’è e come è sempre stato: umile, pacato, sereno…e “capellone”.

Abbiamo scritto questo articolo all’indomani di quella che i media nazionali hanno già soprannominato “la notte della svolta di Verona”, la notte di uno dei ballottaggi più seguiti d’Italia: quello tra il sindaco uscente e candidato del centrodestra, Federico Sboarina, e il candidato del centrosinistra, il civico Damiano Tommasi, che al ballottaggio guardava come fosse qualcosa di vicino, sì, ma non per forza raggiungibile: «sarebbe un risultato storico» aveva detto ai nostri microfoni il 10 giugno scorso. E oggi, all’alba dell’era Tommasi, possiamo dire che Damiano una pagina di storia l’ha effettivamente scritta, riuscendo a convogliare in un’unica coalizione, dal nome eloquente (Rete!, ndr), quel centrosinistra che ha sempre fatto fatica a compattarsi. Per farlo ci voleva lui: l’archetipo del bravo ragazzo (forse troppo secondo qualcuno), che ha fatto del suo stile di vita anche la sua idea di politica: «credibile, autentica e semplice» come ci aveva spiegato in una lunga intervista nei giorni precedenti alle elezioni.

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«Credo che fare politica richieda prima una fase di ascolto ed empatia con la propria città» ci ha detto Tommasi, che di queste due qualità ha sempre fatto la sua cifra distintiva. Lo testimonia chi lo ha conosciuto, dentro e fuori dal campo da calcio, dove è cresciuto: prima tra le fila dell’Hellas Verona, poi nella Roma, nella Nazionale italiana, passando per il Levante, i Queens Parker Rangers e la squadra cinese del Tianjin Teda. Eppure, nonostante abbia definito il suo percorso politico «devastante», non ha dubbi, se dovesse dire cosa è più faticoso tra una campagna elettorale e la preparazione per un Mondiale: «Sicuramente la preparazione a un Mondiale, c’è molta più competizione».

Zaccaria, Damiano e Alfonso Tommasi
Zaccaria, Damiano e Alfonso Tommasi

Ed è così che si è delineata in questi mesi la figura di Damiano Tommasi: l’outsider che di politica non è esperto, nonostante nove anni passati al timone dell’Associazione Italiana Calciatori, ma che alla gente piace perché è uno di loro. Un sindaco del popolo che ama camminare per le vie della città (anche della periferia), incontrare i cittadini, e soprattutto i giovani, stringere mani, ascoltare e festeggiare. Lo ha fatto la notte del 26 giugno, attorniato dai suoi sostenitori, ma soprattutto dalla sua numerosa famiglia: il primo abbraccio a “giochi chiusi” lo ha dato alla moglie, Chiara, alla quale si sono poi aggiunti i suoi sei figli e, successivamente, due dei suoi fratelli, Alfonso e Zaccaria, che ci hanno raccontato come Damiano abbia affrontato questa sfida «come quando faceva il calciatore, con la stessa determinazione e la stessa serenità. Pensa che il primo anno a Roma lo hanno fischiato per sei mesi, eppure ha continuato a fare il calciatore: non si scompone mai».

Tante le telefonate ricevute durante la serata, ma poche quelle a cui ha risposto Damiano: prima tra tutte quella del sindaco uscente, Federico Sboarina, che con grande fairplay si è congratulato con il rivale, e poi la telefonata del padre. E poco male se per rispondere ha dovuto interrompere un’intervista: «scusate, è mio papà!» ha detto congedandosi per qualche minuto dai giornalisti.

Tra decine di telecamere che lo seguivano come un’ombra, “docce” di spumante che nemmeno alle premiazioni della Formula Uno, Tommasi si è diretto con la sua “onda gialla” verso Palazzo Barbieri. Lì dove tutto ciò che era successo fino a quel momento è diventato improvvisamente reale, Damiano Tommasi, che, bisogna dirlo, è un uomo di poche parole, si è concesso nuovamente ai giornalisti. Stampato sulla sua bocca un sorriso perenne, in mano la bandiera dell’Europa e, a tratti, l’aria smarrita di chi ancora deve rendersi conto di dove è arrivato. E questo è stato chiaro quando il neosindaco si è diretto nell’ala sinistra di Palazzo Barbieri, inseguito dagli inservienti perché aveva sbagliato corridoio. Ma d’altronde lo aveva confidato ai giornalisti qualche minuto prima, quando gli avevano chiesto cosa sarebbe stata la prima cosa che avrebbe fatto appena entrato in ufficio: «Non ne ho idea ora, non so nemmeno dove si trovi il mio ufficio».

Damiano Tommasi e la moglie Chiara Pigozzi

Una volta entrato nel cuore del palazzo comunale, Sala Arazzi, Tommasi si è accomodato: ha steso la bandiera europea sull’enorme tavolo rotondo della stanza e ci si è appoggiato: «Qualcosa è successo a Verona, stasera – ci ha detto -. Io sono solo uno dei protagonisti di quanto è successo. Sono soddisfatto per due motivi: Verona ha raccontato una pagina diversa rispetto a quello che superficialmente si racconta di questa città ed è stata premiata una politica della proposta, della fiducia, dei giovani, senza insultare e accusare altri candidati. Ora bisogna girare pagina. Ci aspettano anni di grande impegno con persone che hanno voluto mettersi in gioco per Verona. La politica deve attivare la gente e spero che la nostra amministrazione riesca a farlo. Le priorità sono tante, ma la prima è rendere Verona una città europea».

La festa, che è terminata nelle prime ore del mattino del 27 giugno, si è chiusa lì dove si era palesata la consapevolezza della vittoria: la scalinata del comune. Prima uno scatto rubato a Damiano e Chiara, che con naturalezza si erano seduti sul primo gradino di marmo trovato libero, poi è stata la volta della comitiva intera: tutti insieme per scattare una foto che, a prescindere da qualsiasi schieramento o credo politico, rimarrà nella storia.

Ah sì, e quella promessa di scalare lo Stelvio in bici in caso di vittoria? «La bici è pronta, adesso devo preparare le gambe!».

Tommasi sulla scalinata di palazzo Barbieri
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