Al centro della scena un uomo comune, che potrebbe essere mille altri, si rivolge allo spettatore e alla sua compagna con una sequenza serrata di luoghi comuni e frasi violente.  La compagna è lì al suo fianco, immobile, statuaria, apparentemente impassibile. Spiazzante, brutale, a tratti fastidioso, difficile da sostenere: THIS IS MANIFESTO, il nuovo cortometraggio scritto e diretto da Alberto Rizzi, presentato il gennaio scorso sui canali social di Ippogrifo Produzioni, non lascia scampo a chi lo guarda. Il regista veronese torna sul tema della violenza di genere, già compagna della sua produzione, per ricordare ancora una volta quanto sia importante parlarne sempre, non solo in date simboliche. Protagonista è Diego Facciotti, attore veronese che con Rizzi ha già condiviso numerose esperienze di cinema e di teatro, e accanto a lui la modella e attrice Alice Daniele.

Alberto Rizzi
Rizzi, da dove è nata l’idea per questo cortometraggio?

Ho sentito la necessità di tornare sul tema della violenza femmiile per affrontarlo senza alcuna retorica. Mettere insieme tutte quelle frasi, spesso pronunciate con leggerezza, crea un effetto devastante: si intuisce immediatamente che il loro contesto è in realtà quello della ferocia.

Da qui la scelta del montaggio così serrato?

Volevo che il corto avesse la forma del pensiero, che avesse potenza visiva, oltre che verbale. Ho tolto ogni commento e ho fotografato una serie di espressioni che si sentono quotidianamente, tante volte giudicate goliardate o semplici scherzi. Volevo restituire a queste frasi la forza che hanno, la violenza che sottendono.

Perché ha deciso di non intervenire con commenti?

In primo luogo non volevo diventasse un sermone moraleggiante, ma piuttosto un’occasione per riflettere su se stessi. Non è difficile pensare a momenti o contesti in cui noi in prima persona abbiamo pensato o detto certe frasi, ed è forse questa la cosa più spiazzante. Ora abbiamo la percezione di quello che si prova.

La violenza che lei rappresenta è un problema solo degli uomini?

Non è un problema solamente degli uomini, ma maschile, e con questo intendo dire che è una mentalità che a volte è condivisa persino dalle donne stesse. La società è ancora dispari e occorre ristabilire un equilibrio al più presto.

La durata così breve era prevista? O l’ha deciso in fase di montaggio?

Insieme con Barbara Balbo, che ha prodotto il corto, eravamo da subito concordi nel destinare il corto ai canali social, per diffonderlo il più possibile, con una durata adeguata al contesto. Trovo, inoltre, che sia nella misura giusta per essere quello che è: un manifesto. Tre minuti ci sono sembrati adatti anche per far sì che lo spettatore potesse sostenere questo grado di emotività.

Anche perché in alcuni casi l’impatto è davvero forte, come se insita nella violenza verbale ci fosse anche quella fisica.

Questo è merito soprattutto della co-protagonista del video, che è riuscita a calarsi senza dire una parola nel ruolo di vittima. Visivamente esprime una grande forza che rende le parole ancora più taglienti. Il fatto che la vittima non abbia voce, non abbia nemmeno i vestiti e sia completamente esposta la avvicina molto ad una violenza fisica: al posto delle parole sembra di sentire schiaffi, lame di coltelli che feriscono.

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Come ha scelto i due protagonisti?

Con Diego Facciotti collaboro spesso, ammiro la sua capacità di calarsi sempre in ruoli completamente diversi. Alice Daniele mi ha colpito per la forza con cui rivendica il diritto a lavorare con il suo corpo, con la sua fisicità.

Facciotti, cosa ha significato partecipare a questo set?

La richiesta che mi ha fatto Alberto, quella che ha fatto un po a tutti noi, è stata di affrontare il tema senza pregiudizio, entrandoci fino a fondo. È quello che abbiamo cercato di fare con questo personaggio, che poi rappresenta molti personaggi. Calarmi in quei panni non è stato semplice, anche perché alcune frasi venivano ripetute in loop per esigenze di regia; allo stesso modo non è semplice rivedermi: ogni volta è un pugno nello stomaco. Lo stimolo di affrontare un tema sociale in maniera artistica, con grandi professionisti del settore, ha sicuramente aiutato.

Si è sentito estraneo al personaggio che stava interpretando?

Sono dinamiche dalle quali è difficile ritenersi completamente estranei: parliamo di espressioni che si nascondono nella società e per quanto si possa non condividerle, sicuramente è capitato di sentirle, magari anche di pensarle. Proprio per questo è importante denunciare e prendere coscienza.

Per lei Daniele, com’è stato partecipare al corto?

È stato davvero stimolante partecipare ad un progetto creativo così professionale, nonostante un tema così complesso. Un lavoro di questo tipo è possibile grazie a tante persone che non si vedono, ma che svolgono un lavoro fondamentale. Mi ha molto colpito il risultato finale: per trasmettere il messaggio, per essere incisivo, doveva essere necessariamente così.

Lei nel corto è completamente esposta a parole taglienti, disarmanti, e neanche i vestiti la proteggono. Si è sentita a disagio?

Per me non è un problema l’essere con o senza vestiti, perché non trovo che il mio “io” cambi in relazione a quello. Da un lato può essere stato difficile sentirsi dire ripetutamente certe espressioni, ma con la consapevolezza del recitare una parte si sa che gli attacchi non sono diretti. Questo viene meno nel prodotto finito: lo spettatore rimane colpito, non può che immedesimarsi.

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