Non due. Non quattro. Undici. O meglio, undici più due, tra figli e genitori, ma ci sono anche altri membri speciali. Questa è la storia di una famiglia numerosa, ma non come le altre. Però, anche se siamo partiti dai numeri, è bene precisare che in realtà i numeri poco contano ai fini della storia: «se ti metti a fare i calcoli, è una follia. Chi potrebbe mai sentirsi in grado di provvedere a undici figli?» ci dicono Stefano e Chiara. Sono loro che, durante una lunga e calorosa chiacchierata al telefono, ci accompagnano in una riflessione sul significato profondo della vita, dei suoi valori, dell’amore. Un dialogo, quello con la famiglia Gottardi, da cui è emersa una sensibilità corroborante, un messaggio dolce e deciso allo stesso tempo. Per questo ci è parso uno sprono con cui iniziare questo doppio numero del giornale, un boost per questo 2020, che ci fa barcollare e sentire, talvolta, paralizzati, in attesa di un tempo migliore che verrà.

Un passo alla volta. Abbiamo voluto iniziare dai numeri perché, si sa, il tasso di natalità in Italia è fra i più bassi al mondo, e parlare di una famiglia con undici figli non è cosa da tutti i giorni: secondo i dati Istat, al 1° gennaio 2020 il calo demografico attestato, rispetto al 2019, è di 116mila italiani in meno. Per ogni 100 cittadini che vengono a mancare, sono solo 67 i nuovi nati. Eppure, il dato delle famiglie numerose, ovvero quelle con almeno quattro figli, mutuando la definizione proposta dall’Associazione Nazionale Famiglie Numerose, nel nostro Paese è cospicuo: nel 2018, erano 190mila; se si considerano anche quelle con tre figli se ne aggiungono altre 720mila, e si arriva così a toccare il milione. Ma ora stop, voltiamo pagina: l’intervista comincia.

Stefano, Chiara: partiamo con una fotografia dei membri della vostra famiglia. 

Oltre a me e a mia moglie Chiara, ci sono le due figlie più grandi, Giulia e Lucia, entrambe sposate, Giacomo, Noemi, Giovanni, Rachele, Pietro, Paolo, Cecilia, Sofia e Caterina. Giulia ha già dato alla luce un nipotino e ora è in dolce attesa, per il suo secondo bimbo; Lucia invece si è sposata a settembre, nel breve arco temporale in cui era di nuovo possibile celebrare i matrimoni appena superata la prima fase dell’emergenza sanitaria. Io e Chiara, invece, abbiamo celebrato il nostro matrimonio 28 anni fa. Naturalmente le nostre due figlie più grandi vivono con i loro mariti, mentre vivono assieme a noi tutti gli altri figli e, da febbraio, appena iniziata la pandemia, si sono trasferiti qui anche i miei suoceri, di 84 e 75 anni.

Non dimenticare il cagnolino – aggiunge Chiara -. A causa del lockdown, siccome non potevamo portarlo a fare le sue solite passeggiate, gli si è infiammata una gamba: anche lui ha sofferto per la chiusura (ride). 

A parte gli scherzi, vorrei riportare un dato – prosegue Stefano – relativo alle famiglie numerose: a Verona e provincia sono 116 quelle con almeno quattro figli. Non siamo gli unici, quindi, a essere in tanti.

Eppure, al giorno d’oggi, reca sempre un certo stupore quando si sente parlare di nuclei familiari così importanti. La vostra è stata una scelta pianificata? Cosa vi ha portati a decidere di intraprendere questo percorso?

Sia io sia Chiara non proveniamo da famiglie numerose e non abbiamo seguito alcuno schema: ci siamo resi disponibili e aperti alla vita. L’ossatura che ci ha portati ad arrivare fin qui è la fede in Dio, che ci ha fatto intraprendere questa avventura nel momento in cui ci siamo messi nelle sue mani. Ci rendiamo conto che non è una scelta facilmente comprensibile, se si toglie di mezzo il vero protagonista di questa storia. Ma la verità è che è stato lui a darci il coraggio e che ha benedetto il nostro percorso, nonostante gli errori, le esitazioni, i limiti. Avere tanti figli, nel mondo contemporaneo, appare come un atto spregiudicato, che ci rende “anticonformisti” a occhi esterni. Quello che facciamo noi, è coniugare in famiglia, sotto lo stesso tetto, i valori che la società tiene separati: l’unico modo per riuscire a organizzarsi è venirsi incontro, abituarsi a condividere, abbassare le pretese.

Parliamo proprio di organizzazione: come riuscirci?

Chiariamoci, non è semplice. I litigi per gli spazi, per i capi di abbigliamento e per la disponibilità del padre e della madre sono all’ordine del giorno, ed è giusto che sia così: non è praticabile il concetto del “vogliamoci bene a tutti i costi”. Pensiamo che essere in tanti sia davvero un’occasione, una palestra per i nostri ragazzi per entrare nella società e affrontare tutte le sfide che si presentano lì fuori. È una sorta di allenamento, che ti consente di superare le difficoltà trovando più agilmente gli strumenti giusti per bypassare gli scontri cui siamo sottoposti quotidianamente.

Passiamo agli esempi concreti – aggiunge Chiara – su come riuscire a gestire le attività di casa. Noi cerchiamo di responsabilizzare i figli e di insegnare loro a essere autonomi, di non dipendere troppo dalla mamma e dal papà, dando una mano ad apparecchiare la tavola, liberare la lavastoviglie, tenere in ordine. Devo dire che, imitando i più grandi, i piccoli si sentono trascinati e lo fanno da sé. Poi succede che i figli maggiori ne approfittino (ride). Devo dire che il problema maggiore sono i calzini: ogni giorno sono almeno 22, senza contare lo sport.

Ed economicamente, come si amministra tutto questo?

Naturalmente pianifichiamo sempre un budget, ma non viene mai rispettato. È dura gestire la spesa, per esempio, ma con un po’ di allenamento si impara a programmare tutto in grande e per tempo. Ma torniamo ancora al protagonista della storia, Dio: non ci ha mai fatto mancare nulla, anzi, ha sempre fatto in modo che questa reciprocità, questo darci una mano gli uni con gli altri, ci facesse arrivare tutto ciò che ci serviva. Penso al rapporto che si è creato con una signora e suo marito – spiega Chiara – che ci aiutano da 21 anni, anche se per il momento non vengono più in casa per rispettare le norme di sicurezza sanitaria. Ma in tutto questo tempo lei si recava da noi ogni martedì, lavava e preparava le verdure e cucinava anche le crepes per tutti, mentre il marito aiutava i bambini a fare i compiti.

Un grande supporto ci viene dato anche da mia sorella – sottolinea Stefano – che ha sempre portato i nipoti a fare una passeggiata e a mangiare il gelato. Ci sono tante persone che ci vengono incontro: senza che tu chieda nulla, e senza rendertene conto, ti accorgi che la provvidenza è un fatto reale, tangibile.

L’emergenza sanitaria ci ha costretti a ripensare la nostra vita in termini completamente diversi: dalle relazioni sociali alle nostre abitudini individuali, dall’organizzazione degli spazi a quella del lavoro e della scuola. Come siete riusciti a spiegare ai figli a cosa stavamo andando incontro? 

È stato un anno difficile, davvero: abbiamo cercato di spiegare ai figli che lasituazione era seria – spiega Chiara – e che anche se il sacrificio che ci veniva chiesto era grande, eranecessario farlo. Abbiamo letto i giornali e ascoltato la tv con loro, cercando dirispondere alle loro domande, che erano molto diverse viste le età. Abbiamo dovutoesercitare la pazienza per condividere sempre tutti gli spazi, ma è stato anche unmomento di grande unità: paradossalmente, il coronavirus ci ha permesso di rivivere il tempo con i nostri figli in maniera più lenta, senza la frenesia di prima. Ecco, la cosa più importante per noi è stata comunicareche non c’è niente da buttare in quello che succede, perché dove sei, quello che fai, il tuo “qui e adesso”, vuole dire qualcosa di buono alla tua vita. Certo, con tanti computer accesi in ogni angolo della casa ci sono stati anche momenti surreali, sentivo voci di studenti e professori provenire da ogni angolo della casa, ma siamo sopravvissuti (ride).

Sarà un Natale diverso quest’anno? Come trascorrerete le Festività?

Non dobbiamo dimenticare il significato del Natale: l’essenza del Natale è che Dio si fa carne, cioè entra nella nostra storia. Come dicevamo prima: qui e adesso. Questo è il momento dell’incontro con lui e non può cambiare: dobbiamo vivere l’avvento come un’attesa, ed è proprio questa tensione d’attesa che non dobbiamo perdere, nonostante il difficile periodo che stiamo attraversando. Certo, dovremo cambiare le nostre abitudini e festeggiare in modo diverso. Ma il messaggio, lo spirito, è lo stesso: la vita vale sempre la pena viverla, anche quando non sta andando come ti aspetti.

Il presepe della famiglia Gottardi

Chiudiamo l’intervista con una domanda sul futuro e con un messaggio da lanciare ai lettori. Quali sono le speranze per il 2021?

Credo che “andrà tutto bene” sia uno slogan che non serve a nulla – ammonisce Chiara – l’importante è non perdere di vista le priorità: la famiglia e il restare uniti. Purtroppo, ci sono molte persone angosciate dal futuro, ma è proprio in un periodo come questo che l’invito a rafforzare i legami supportandosi l’un l’altro diventa più forte, indispensabile, naturale. Noi ci auguriamo che il 2021 sia l’anno dell’abbraccio e della condivisione, che ci sia la voglia di non perdere la speranza e di trovare il coraggio per affrontare questa faticosa situazione, con la pace nel cuore.

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