Anna Pojesi Una donna tra i monti
Anna Pojesi

«Quando diventi anziano i ricordi lontani si ravvivano». Così ci dice Anna, che a 90 anni è lucida, soprattutto nella memoria. Davanti a sé un tappeto di fotografie tinge di bianco e nero la tavola. Dietro ogni fotografia la meticolosa indicazione del luogo e dell’anno.

Anna porta un cognome noto a Verona, quello del padre, Pojesi, per circa 30 anni presidente del Gruppo Alpinistico Cesare Battisti. «La dittatura Pojesi», la chiamavano, ride lei. E cosa fare se la prima figlia, di quattro, è femmina? Portarla con sé. Scontato per noi, affatto scontato per l’epoca. Siamo negli anni Trenta e proprio all’avvicinarsi dello scoppio della guerra, quando Anna ha circa 8 anni, papà la porta in montagna. È la sua prima uscita, la prima di tante, a piedi e con gli sci. Anna non mostra paura e nemmeno si preoccupa di portare i pantaloni. Anche se alla messa della domenica è obbligata a indossare un lungo soprabito che la faccia apparire più femminile.  «Il prete non transigeva!», racconta.

Anna Pojesi
Anna Pojesi da giovane

La storia di Anna ci colpisce per la sua totale spensieratezza, nella sicurezza prima di tutto, oggi diventata invece il cardine intorno al quale ruota tutto. Alla metà del Novecento sembra naturale salire senza corda, scendere con corde statiche, avere sci che superano il braccio alzato. La sola cosa di cui ci si preoccupava veramente era sorridere. E quel sorriso, quella spensieratezza del tempo, sembra proprio non essere mai tramontato sul viso di Anna.

«Tanto ci pensava Quello lassù a fare sicura!», racconta Anna usando le parole del parroco, che spesso li seguiva nelle gite. «Un giorno eravamo sotto la seconda torre del Vajolet in Dolomiti e mio padre mi disse di andare, di salire da sola. Io mi sentivo bene, a mio agio, non temevo di farmi male». Certo le disavventure non sono mancate, ma si andava via accorti. «Nel periodo primaverile, quando si andava con gli sci, ci si svegliava alle 4 della mattina, perché a mezzogiorno dovevamo essere di ritorno, altrimenti era pericoloso». E proprio per paura del distacco di valanghe «si diceva di non parlare, non gridare…anche il suono creava vibrazioni che potevano sollecitare il manto nevoso».

Insomma, lo spirito di andare, di esplorare, il gusto dell’avventura primeggiava su tutto. Con poco si faceva tanto. «Bastava un buon omlette farcito dalla mamma ed eravamo a posto!». Poi è arrivato il fidanzamento con un uomo che non amava l’alpinismo. «La mia ultima gita è stata sul Bernina», ci dice. Era il 1957. Da allora Anna ha cominciato a viaggiare. «Ero un po’ stufa della montagna. – confida – Avevo voglia di qualcosa di diverso. Così un giorno io e mio marito abbiamo preso la 500 e siamo andati fino a Vienna…un viaggio eterno di 2 giorni!». E poi è stata la volta della Jugoslavia e di tante altre mete. Anna rievoca gli incontri con persone con le quali è rimasta in contatto fino a oggi, a farci percepire un tempo lento, profondo. Quello di cui oggi abbiamo nostalgia.

Scritto in collaborazione con Mariana Zantedeschi

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