Elegante, nella sua veste dorata. Un bastone sorregge la sua sapienza, costruita in 87 anni di esperienza. La sua casa, un nido di arte. I libri disegnano forme aguzze sopra i mobili. Le stampe sullo sfondo riempono le pareti con un ricordo. Essenza di vita, dentro quattro mura. Perché la vita è arte. Anzi, «l’arte è la vita. Dell’umanità». Parola di Liliana Libera. Anzi, di Liliana Tedeschi. Perché Libera, cognome paterno, «non funzionava, non lo capivano. Le mie pubblicazioni che hanno avuto successo, infatti, sono quelle apparse con il cognome di mio marito». Tedeschi, appunto.

Eppure, al di là del nome, a entrambi Liliana deve molto. A suo padre, per averle trasmesso l’amore per l’arte: «lui gestiva il più grande e unico panificio di Verona in tempo di guerra. Si trovava in Borgo Milano. E la sua passione era quella di raccogliere opere d’arte». A suo marito, per averla introdotta nel mondo degli artisti: «Nello era geometra, pittore e incisore. Aveva anche una galleria d’arte».

Fin da piccola Liliana scrive poesie. «Per me scrivere è vivere», e aggiunge: «mi sono rovinata scrivendo a macchina!». Sempre la prima della classe a scuola, dopo la laurea in Lettere e Filosofia all’Università di Padova ottiene la sua prima pubblicazione. La tesi su Kafka, «il primo studio italiano sul grande filosofo», dice con soddisfazione a cui seguono cinque anni di insegnamento. «Ma avevo poca attitudine per questo mestiere. Ho sempre preferito scrivere e intervenire nelle conferenze sull’arte».

Inizia così a lavorare per alcune riviste di moda del tempo, come Alba, Grand Hotel, Anna bella e scrive molti gialli e romanzi rosa. «Servivano per guadagnare, ma mi divertivo molto a scriverli». La scrittrice ricorda quando, mentre era in villeggiatura al mare, le arrivavano i telegrammi. E lei continuava a lavorare, ininterrottamente, e nonostante i due figli.

Il giornalismo le ha regalato molto. Le piaceva molto l’intervista diretta. Un consiglio alle nuove generazioni? «Non fare il giornalista se non si è convinti, se non si è entusiasti e cursiosi di conoscere. Il giornalista deve indagare, portare alla luce qualcosa di nuovo. Capire. Ci vuole dunque un’attitudine». Quella che a Liliana non è certo mancata. Anche se la soddisfazione più grande è arrivata solo alla fine della sua lunga carriera. «Quando ho avuto il ruolo di critica d’arte a L’Arena ho mollato tutto per dedicarmici pienamente». Al tempo era un ruolo molto ambito, al contrario di oggi, spiega, mentre continua con aria preoccupata: «ho paura, perché attualmente l’arte non è più seguita. I musei sono vuoti». Forse perché, come dice lei stessa, la gente oggi è refrattaria ad ascoltare, non si ferma.

Ma l’arte, in tutte le sue forme, ha bisogno di tempo. Attraverso l’arte si scoprono nuove  cose, che nemmeno il giornalismo è in grado di raggiungere. «Le giornaliste dell’epoca, tra cui Oriana Fallaci, non avevano molta simpatia per me, perché avevo tanta cultura  e conoscenza dell’arte alle spalle».

Un tempo la casa di Liliana era sempre piena di gente. La sua vita era molto attiva. «Ero una donna polemica, oggi mi mancano le forze». Rimpiange il passato, Liliana. Lei, sempre combattiva, che ora si sente imprigionata in un corpo che non la segue più. «Adesso il mio più grande dispiacere è non essere più giornalista e critica».

Ma rimane sempre la poesia, «la cosa più grande», che ancora oggi riempie le sue giornate. Un poetare ermetico, comprensibile solo a chi condivide la sua immensa cultura. «Quello poetico, a un determinato livello, è un mondo elitario, isolato e solo lì si trovano le più grandi verità». In poesia, infatti, «non si può mentire. La poesia è misteriosa, ma è la verità». Per fare poesia «è importante saper cogliere l’immediatezza del momento. Avere lucidità». Qualità presenti in Liliana, tutt’ora, nonostante lei si lamenti degli anni che avanzano.

Siede nel suo salotto, la signora Libera Tedeschi. Con fare attento e sicuro legge i versi di “Se grida il deserto”(vedi box), una delle sue poesie che preferisce, per il tono polemico. Prosegue con Sostanziali allusioni sulle rive e parafrasando spiega: «qui c’è l’ignoto. Non ci sono gli affetti. Qui emerge il senso di una vita estrema». Proprio come la sua.

Alza lo sguardo e la sua voce si interrompe. «Non voglio tediarvi ancora con le mie poesie». Poggia il libro sul tavolo, con prontezza si alza e raggiunge uno scaffale nell’angolo. Tra le molte carte arruffate estrae un piccolo faldone, ne scorre i titoli e poi a voce alta legge Margherite e nostalgia. La definizione di Liliana, secondo Liliana. Progetti e dissolvenze nelle poesie è un’opera che rimane ancora inedita. Chissà che non si realizzi il sogno di pubblicarla, prima che si dissolva nella sua stessa poesia.