Verona riparte, quest’estate, con i grandi eventi che la contraddistinguono, il Festival lirico in Arena, i concerti, gli spettacoli teatrali e, naturalmente, gli appuntamenti fieristici: per ricordare i più recenti, Opera Wine e Motor Bike Expo. Un settore, quello delle fiere, dei congressi e degli eventi che a Verona gioca un ruolo di punta per il rilancio del turismo e la rinascita della città intera. Quello che viene da chiedersi, a questo punto, è: da dove partire per ridare a Verona nuova linfa? A tratteggiare con noi un quadro della situazione, lanciando interessanti spunti, è Alessandra Albarelli, presidente di Federcongressi&eventi, l’associazione nazionale delle imprese e dei professionisti della meeting industry, nonché ex assessore al turismo per il Comune di Bosco Chiesanuova, ideatrice del progetto Destinazione Lessinia, amministratrice della società Bèi Passi e nuova direttrice generale di Riva del Garda Fierecongressi SpA.

Alessandra, dopo un anno di blocco a causa dell’emergenza sanitaria, cosa ha significato per il comparto fieristico la ripartenza?

Ritornare a produrre delle occasioni: di promozione e commercializzazione dei prodotti e dei servizi made in Italy, nei mercati di tutto il mondo. Per il settore delle fiere, dei congressi e degli eventi ripartire ha significato tornare a essere uno strumento di rilievo per la ripartenza dell’economia del Paese.

Cosa ha comportato la ripresa dei grandi eventi in termini organizzativi? Quali criticità?

Le manifestazioni nazionali e internazionali più importanti non hanno mai smesso, durante la pandemia, di comunicare con gli operatori del settore e con i mercati. Tutti, come sappiamo, si sono organizzati per proporre incontri in digitale o comunque continuare a intrattenere relazioni con espositori, visitatori, produttori e compratori per mantenere saldi i rapporti, molte volte anche effettuando investimenti che non hanno portato ricavi, ma che erano necessari per rimanere sul mercato e supportare i clienti in un momento di così grande difficoltà. Un passaggio quello al digitale, quasi impraticabile per alcuni settori: pensiamo per esempio al manufatturiero e all’enogastronomico, che senza la parte in presenza, con la possibilità di toccare e degustare i prodotti, non può raggiungere fino in fondo gli obiettivi prefissati.

La ripartenza genera necessità di rimettere in campo un nuovo modo di gestire gli eventi in termini di logistica, utilizzo e presidio degli spazi dal punto di vista sanitario, di verifica e controlli di tutta la filiera e del processo organizzativo, sia in fase di allestimento, sia durante e post evento. Tutto questo comporta uno sforzo organizzativo importante, maggiori costi e accessi limitati: questa è la criticità più grande.

Facciamo un passo indietro: il decreto del 7 marzo 2020 ha prospettato uno scenario che mai avevamo vissuto prima. Lo stop a meeting ed eventi ha implicato una crisi a cascata su numerose altre attività imprenditoriali e commerciali. Ci tratteggia un quadro?

Innanzitutto, è corretto dire “crisi a cascata” su vari settori, spiego in breve perché: con lo stop delle attività fieristiche è stato bloccato tutto il turismo d’affari, congressuale e culturale, come quello che ruota attorno agli spettacoli della Fondazione Arena di Verona, che coincide in gran parte con un pubblico alto spendente: una platea di visitatori che genera un indotto rilevante attorno a ristoranti, shopping, servizi personalizzati, trasporti privati eccetera. Essere ripartiti con gli eventi ha un effetto benefico, naturalmente, anche sul settore alberghiero: Verona, come tutte le altre città d’arte, è stata tra le destinazioni più colpite da questa pandemia e riprendere è complesso perché non è un luogo in cui ci si reca solo per vacanza; la componente di turismo d’affari, fiere, congressi ricopre molto più della metà del business che hanno gli alberghi, quindi, senza gli eventi, non riparte nemmeno il turismo.

Dal punto di vista del dialogo con le autorità governative per affrontare la crisi, avete ricevuto delle risposte? Dal punto di vista del dialogo con le autorità governative, i nostri appelli hanno ricevuto delle risposte e le interlocuzioni, sia con i tecnici sia con i politici, pur con tutte le complessità del caso, sono state molto frequenti. Mi riferisco, per esempio, al confronto con i sottosegretari, Mibact, Ministero del Lavoro e Ministero dello Sviluppo Economico. A questi si è aggiunto anche il Ministero del Turismo: un vantaggio per noi, perché significa mettere il nostro comparto sotto i riflettori di un Ministero. Quest’anno siamo riusciti a conoscere in anticipo, rispetto al 2020, le date della ripartenza, la campagna vaccinale inoltre ci sta agevolando. Devo dire che sono contenta, perché siamo uno dei pochi comparti che è riuscito a portare a casa degli indennizzi e dei ristori ad hoc: nel 2020 sono stati stanziati 370 milioni con un fondo specifico per fiere e congressi e altri 100 milioni sono in programma per il 2021; purtroppo non li abbiamo ancora visti, se non una parte dei primi 20 milioni, perché non essendoci ancora il Ministero del Turismo i decreti non erano stati fatti. Ora invece la macchina si sta muovendo, sono in fase di preparazione e per lo meno i fondi sono già stati stanziati. Tempi lunghissimi, è vero, però possiamo dire di essere tra i pochi che hanno avuto un certo tipo di attenzione.

Quali sono le richieste principali che avete inoltrato al Governo?

Abbiamo avanzato molte istanze alle autorità e riguardano, in primis, le modalità di erogazione dei fondi stanziati, chiedendo che ci sia più equità possibile. Dobbiamo sempre tenere a mente che è l’insieme delle misure che aiuta, non il ristoro in sé, perché per un’azienda che ha perso l’80% del fatturato la singola forma di indennizzo non potrà mai essere determinante per salvare l’impresa. Per dare continuità alle attività imprenditoriali abbiamo bisogno sia di agevolazioni dal punto di vista finanziario di lungo periodo, sia per quanto concerne il personale, affinché ci siano sgravi contributivi a favore delle imprese. Non vogliamo utilizzare la cassa integrazione, perché è necessario far lavorare le persone oggi in vista degli appuntamenti che ci saranno tra due anni. Purtroppo, per tornare ai livelli del 2019, probabilmente dovremo aspettare il 2023/24.

Spostiamo ora il focus su Verona: qual è a oggi la situazione, dal punto di vista del turismo d’affari, nel territorio scaligero? Quali i prossimi passi da compiere per rilanciare?

Verona è stata una città resiliente, sia per quanto riguarda gli eventi legati al business sia culturali. L’anfiteatro Arena si è fatto trovare pronto ai nastri di partenza con un programma adattato ed è riuscito anche ad anticipare i tempi di approvazione, quindi davvero una grande dimostrazione della capacità di rimettere in campo le volontà del territorio. La Fiera altrettanto, perché è riuscita a tenere fermo il rinvio di alcune manifestazioni e a partire immediatamente non appena le date hanno concesso lo sblocco. Per riuscirci ci vuole coraggio e forza di investimento: Verona rispetto ad altri territori ha dimostrato di essere pronta e proattiva.

Cosa si può fare ora?

Bisogna mettere insieme una compagine di fattori: il vero fulcro per il territorio scaligero, pensiamo non solo alla città ma anche al Lago di Garda, è quello di poter riprendere ad avere ospiti da tutte le parti del mondo, non solo europei. È necessario dunque rafforzare la promozione, che ovviamente deve cambiare linguaggio: non deve più puntare solo sulle bellezze della città, ma anche sul rassicurare i turisti sul livello di benessere e gestione della salute del Paese. L’Italia gode di uno fra i sistemi sanitari più eccellenti al mondo, quindi dobbiamo valorizzare la nostra Verona rilanciando il fatto che la Sanità è a disposizione di tutti, quindi il turista, qualora avesse bisogno di cure, non deve preoccuparsi.

Non solo città: cuore pulsante del Veronese è anche la Lessinia. L’anno scorso, ai primi allentamenti delle misure anti-Covid, in molti hanno scelto le terre alte per una gita fuori porta. Lei è anche ideatrice del progetto Destinazione Lessinia: ci ricorda gli obiettivi alla base del progetto?

Il fondamento dell’iniziativa, attiva già da alcuni anni, è quello di mettere in rete pubblico e privato per gestire l’offerta territoriale e compiere delle scelte congiunte di comunicazione e promozione, nazionale e internazionale. Creare, dunque, un sistema di gestione di destinazione turistica formato da tante componenti, che possono trovare una chiave strategica e portare dei risultati solo operando insieme.

Di cosa ha bisogno allora, secondo lei, la Lessinia per essere valorizzata? Quali sono i suoi punti di forza?

Uno dei punti di forza è il suo paesaggio, di montagna ma dolce, accogliente, che va bene per tutti e si presta alla pratica di molte attività sportive. È nella differenza rispetto agli altri territori montuosi che risiede il suo valore: la Lessinia è poco antropizzata, poco costruita, e custodisce degli spazi di sorpresa che altri luoghi non hanno.  Noi dobbiamo fare in modo che gli operatori, l’accoglienza e l’offerta turistica siano di qualità, per confermare le aspettative dei visitatori: quando ci rechiamo in una terra magica, ci aspettiamo anche dei prodotti magici, una ristorazione magica… e così deve essere in Lessinia.

Concludiamo con una previsione: quale pensa sia il prospetto per i prossimi anni? Alla luce di quanto accaduto con il Covid, su cosa pensa sia necessario puntare, sia in ottica turistica sia in relazione a fiere/eventi/congressi, per promuovere il nostro territorio?

Sono convinta che le persone abbiano voglia di riunirsi fisicamente, di incontrarsi, e che per sviluppare business e conoscenze ci sia bisogno di fiere e congressi in presenza. Solo incontrandosi di persona si possono sviluppare progetti e idee che portino a una crescita efficace e sostenibile. Proprio per questo, per Verona, forse è giunto il momento di pensare a un’organizzazione di promozione del territorio mirata per il settore congressuale. Come direttrice di Riva del Garda Fierecongressi, sulla sponda nord del lago, lancio uno spunto: potremo creare insieme a Verona un unico “Bacino del Garda”, perché non ha senso oggi muoversi come microcosmi. Credo davvero che permetterebbe una promozione internazionale molto forte.

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