Ogni anno vengono uccisi oltre mille esemplari e oggi, delle trenta specie originarie, ne restano solo cinque. A minacciarli è il bracconaggio e il commercio che si è creato attorno al loro corno. Per sensibilizzare l’opinione pubblica, il Wwf ha istituito la Giornata mondiale del rinoceronte, che è stata celebrata lo scorso 22 settembre.

L’uomo può modificare i comportamenti che causano sofferenza agli animali, può limitare lo sfruttamento del pianeta e può evitare di esercitare prevaricazione sulle altre persone. Purtroppo, tutto questo non accade sempre, perché intervengono altri fattori che smuovono gli istinti più bassi dell’uomo. A pagarne il prezzo spesso sono gli innocenti, come i rinoceronti, uccisi o lasciati agonizzanti unicamente per impossessarsi del loro corno. Questi enormi erbivori sono animali pacifici che amano brucare e restare per ore nel fango (anche fino a 9 ore). Nel mondo, a causa di questa ingiusta mattanza, ne restano meno di 30mila, suddivisi in 5 specie: 20mila rinoceronti bianchi meridionali (Sudafrica), 5000 neri (Africa meridionale e orientale), 3500 indiani (India e Nepal), meno di 100 di Sumatra e 60 di Giava (dati diffusi dalla Ong Wild Aid).

In Kenya, Namibia, Tanzania e Zambia è venuto meno il 90% della specie, sancendo la scomparsa definitiva dell’animale in altri Paesi come, ad esempio, Sudan e Ciad. Chi richiede il corno – il cui valore si aggira attorno ai 95mila dollari al chilo (dati del 2013) – ma anche i bracconieri stessi non si curano minimamente delle conseguenze sul fronte della perdita di biodiversità. Il corno è molto richiesto in alcune culture, come nella medicina tradizionale cinese, dove viene utilizzato in forma polverizzata per guarire da certe patologie e, addirittura, come afrodisiaco. Nello Yemen, il corno viene usato come manico della «Jambiya», tipico pugnale ricurvo. In altri Paesi viene, invece, venduto come costoso souvenir. Alcuni governi, per disincentivare il commercio illegale, recidono preventivamente i corni (che sono fatti di cheratina e ricrescono una volta tagliati). Per fortuna, non ci sono solo brutte notizie. La popolazione di rinoceronti è aumentata in Africa (+7,2% rinoceronte bianco; +4,8% rinoceronte nero) grazie all’impegno del Wwf che, insieme al network TRAFFIC (Trade Records Analysis of Flora and Fauna in Commerce), combatte da anni il commercio illegale di specie. Inoltre, con la IUCN (Unione internazionale per la conservazione della natura), l’ente lavora per la conservazione delle popolazioni di rinoceronti rimaste, assistendo i governi nei loro sforzi per combattere il bracconaggio, preservando il loro habitat e la riproduzione in cattività. Il 22 settembre è stata l’occasione per sensibilizzare l’opinione pubblica. Per fermare questa estinzione che vede l’uomo come principale responsabile.

 

Addio a Sudan, l’ultimo maschio di rinoceronte bianco settentrionale

Aveva un’infezione incurabile alla zampa, Sudan, 45 anni, viveva in Kenya ed era l’ultimo esemplare maschio di rinoceronte bianco settentrionale. La sua scomparsa porta all’estinzione di questa sottospecie di rinoceronte anche perché le due femmine rimaste in cattività, Najin e sua figlia Fatu, avrebbero già superato l’età utile per la riproduzione. Nel 1960 se ne contavano oltre duemila esemplari poi, tra gli anni Settanta e Ottanta, a causa di un boom nella richiesta di corni, sono stati sterminati dal bracconaggio.