Non è stata, e non voleva essere, una performance alpinistica. Una spedizione con l’unico obiettivo di raggiungere la cima. La cima, quella più alta di tutto l’Afghanistan, quella che nel 2018 è stata salita dalla prima donna afghana della storia. No, niente di tutto questo. È stata un’avventura condotta da una storia di amicizia lunga anni, tra Cristiano Tedeschi e Pavel Bem, uno italiano, l’altro ceco. Il Noshaq, 7492 metri s.l.m, una montagna che si trova nella fascia più remota dell’Afghanistan, nella zona Nord-Est, dove neanche la guerra si è fatta sentire. Qui la gente è ospitale e povera. «Vive principalmente di pastorizia, e tutt’intorno ha una bellezza inespressa, che sono le montagne». Si percorrono 37 km in valle per raggiungere il campo base del Noshaq. A fare da guida c’è Malang, il primo afghano a salire la cima nel 2009. Cristiano, Pavel e Tomas, il terzo alpinista dell’avventura, non hanno avuto tanti giorni per tentare la cima. «Tomas si è fermato subito, per mal di montagna, mentre Pavel ed io abbiamo proseguito». Poi lo stesso Tedeschi ha dovuto rinunciare: «Mi si stava congelando il piede e, per non compromettere la salita di Pavel, ho deciso di fermarmi».

L’alpinista ceco ha così raggiunto l’obiettivo, ma per Cristiano è stata comunque un’esperienza profonda. «Era il mio sogno giovanile − ci confida − poi l’invasione della Russia nel 1979 ha bloccato qualsiasi progetto in questo Paese». Nel 2010 Cristiano legge la notizia che la guida alpina Ferdinando Rollando avrebbe avviato un progetto sullo sci nella regione del Bamyam. Di lì a poco sarebbe seguita l’iniziativa di Mountain Wilderness, che formò e accompagnò i primi scalatori afghani a salire il Noshaq, tra i quali Malang. «Ogni anno in queste montagne muoiono dalle 300 alle 400 persone a causa delle valanghe», afferma Tedeschi citando lo stesso Rollando nel libro Il cielo di Kabul. «Non esiste prevenzione, né protezione civile». Il viaggio per l’alpinista italiano è stato quindi l’occasione di prendere contatti, soprattutto con Malang. «Lo sci − aggiunge − sarebbe una risorsa per loro, visto il patrimonio naturistico che hanno. E questo consentirebbe di avere un turismo anche in altre stagioni dell’anno.  A noi interessa avviare delle attività sostenibili e generare una microeconomia locale».

Tornato dal viaggio, Tedeschi ha avuto subito una masnada di sostenitori per avviare il progetto di scialpinismo. È bastato poco quindi per trovare i primi volontari, tutti membri della Scuola di scialpinismo Renzo Giuliani del CAI Cesare Battisti. La stessa scuola che, in occasione dei suoi 50 anni di vita, sosterrà il primis le attività a favore delle popolazioni montane afghane. Perché, come ha affermato il presidente della Cesare Battisti, «novità, innovazione, impresa sono gli elementi fondamentali dei progetti che noi sosteniamo, e in questo sono tutti presenti».

Partiti in primavera, i nostri scialpinisti hanno trascorso 22 giorni in terra afghana. Un po’ meno se si tiene conto del lungo viaggio di avvicinamento al campo base.  Che questa volta si trovava sempre nella regione del Wakhan, alla confluenza delle due lingue di ghiaccio dell’Issik Glacier. «Un grandissimo ghiacciaio che abbiamo percorso in due giorni per 14 km». Qui, a circa 4200 metri di quota hanno allestito il campo. Ci racconta Igino Castellani, «abbiamo trascorso 9 giorni accampati nelle nostre tende, piantate su ciottoli, in prossimità della neve». Continua Michele Zanoncelli: «è stato difficile, facevamo l’attività la mattina, poi il tempo cambiava e noi ci riposavamo, anche perché l’attività continuativa a questa quota non è semplice». Ma la fatica è valsa l’esperienza che, come sottolinea Giuliana Steccanella, è stata magnifica: «vivere a contatto con persone nuove e con abitudini e cultura diverse, costruendo un legame forte, è qualcosa di unico». E non sono mancate le fughe esplorative su qualche canale innevato in zona, come racconta il più temerario di tutti, Giorgio Bonafini.

La presenza di Giuliana, una donna tra i volontari, e  di Shugofa Nasiri , una donna tra gli allievi, non è stata così scontata. Ma sicuramente voluta. «Le difficoltà della vita si accettano se ci sono delle speranze», dice Cristiano. «E lì le donne sono la speranza».

Un progetto quindi di larghe vedute, ambizioso e allo stesso tempo concreto, che proseguirà per altri due anni. «Con il prossimo viaggio sceglieremo una zona diversa, più accessibile, e una stagione che ci consenta di sfruttare più giorni da dedicare all’insegnamento», sottolinea Igino Castellani. Sarà anche questione di risorse che si raccoglieranno nel tempo. Ma ci sono tutti i presupposti perché il progetto prosegua con successo.