Cosa trovate (in breve) dentro il nuovo numero di Pantheon, disponibile da lunedì in tutti i punti di distribuzione (qui l’elenco).

di Miryam Scandola

L’idea è nata al tavolo dell’ultima riunione di redazione. Abbiamo pensato un po’ a Italo Calvino e alle sue Lezioni Americane. Lo scrittore nei suoi appunti per le conferenze che avrebbe dovuto tenere ad Harvard (ma non ci arrivò mai perché morì prima) aveva diviso tutto in sei capitoli, sei valori cardine della scrittura. Voleva portarseli dietro come amuleti necessari anche nel millennio che poi non riuscì a vedere. Nel nostro caso, dieci anni di Pantheon quindi, l’avete intuito, dieci parole. Quelle determinanti, quelle a braccetto delle quali vogliamo continuare a raccontare ieri come oggi, ieri come domani. In questo esercizio di auto-analisi linguistica, abbiamo chiesto aiuto a Vittorino Andreoli. Perché il professore è attento ai contorni unici che ogni nome ritaglia. Perché, per noi (e speriamo che la definizione gli piaccia), è il sovrano veronese dell’esattezza.

 

«Pronto?». «Eccoci, professore». «Una premessa però: quelle che le darò non sono definizioni. Scriva che sono suggestioni, ovvero interpretazioni attraversate dai sentimenti». Dieci suggestioni, dunque. Un sapere emotivo servito sul piatto d’argento della sintesi dallo psichiatra che da anni mette la realtà sul lettino. Perché per custodire le parole bisogna capirle, provarle, ripararle. Abbiamo fatto largo tra i pertugi stretti delle nostre sintassi veloci e abbiamo tirato fuori le radici, perché possiamo andare dappertutto solo se ascoltiamo il richiamo come dice, o meglio, suggerisce Andreoli «della piccola particella di mondo dove siamo nati». Ci siamo fermati a contare le trasformazioni, ma non ci bastavano le dita delle mani. Le abbiamo chiamate metamorfosi, perché con loro cambiano sempre anche pezzi di noi. Ci siamo accostati piano alle ferite che il coraggio non nega ma fa rifiorire. La bellezza, ah lei. Quella l’abbiamo affrontata di lato, per non bruciarci gli occhi come si fa con il sole. E poi la cura «l’espressione più felice per indicare una relazione». Fulminea, senza chiedere permesso, è arrivata lei, l’ispirazione, quel soffio miracoloso «che rende possibile ciò che non è mai stato».

«L’uomo è grande perché ha sollevato lo sguardo da terra» e non si tratta solo del leopardiano “Che fai tu, luna, in ciel?”. È qualcosa che tiene dentro anche le nostre montagne e la vita lassù, così adiacente al cielo. Sguardi alti ci è sembrata la sintesi più giusta. Imparassimo tutti a suonare le nostre qualità nel concerto di quelle degli altri, forse, l’ansiosa ambizione che ci urla nell’orecchio cambierebbe tono di voce perché l’armonia «è ciò che nasce dall’orchestra» e, proprio lei, l’orchestra «deve essere il metodo» per ogni agire. Magari con una punta di sapidità. Non si tratta solo di vivacità del sapore o del dado vegetale che dà vigore al brodo. È una qualità della mente. Quell’ironia dosata che ci permette di «interpretare il mondo per non averne paura». L’arguzia aiuta a scongiurare l’immobilismo dell’anima, perché ne smussa la gravità. In fin dei conti, i giorni falliti sono solo quelli che hanno rinunciato alla leggerezza come lente, anche se limitata e provvisoria, attraverso cui guardare  i nostri modesti paradossi quotidiani.

«Ultima cosa, professore: ci siamo dimenticati qualche parola secondo lei?». «Direi! Ne ho scritto un elenco sul foglio qui vicino. Ma è il vostro lavoro, quindi non vi suggerisco niente». Il nostro mestiere, già. Ora che finisce la pagina, sarebbe, quindi, il momento di darvi un ritratto mentale di quello che saremo? Guardiamo i prossimi dieci anni un po’ alla Calvino, «senza sperare di trovarvi nulla di più di quello che saremo capaci di portarvi».