Ammetto che c’è stato un momento in cui ho perso la speranza. Per la precisione il diciannove novembre del duemila quindici. È stato come ricevere una coltellata, lì appena sopra il fegato, dove la morte arriva lenta e crudele, lasciandoti tutto il tempo per pensare a quanto di buono (si spera) tu abbia fatto nella vita. Io ho pensato ad un quadro che proprio quel giorno è stato trafugato dal Museo di Castelvecchio insieme ad altre sedici opere di artisti a me cari.

Quel quadro, a cui ho dato nome “Il fanciullo con disegno”, l’ho dipinto nel 1523 e per certi versi, permettetemi di fregiarmi di tal merito, rappresenta un pezzo unico di cui vado molto fiero. «Giovan Francesco – mi dicevano – che ti sei messo in mente?». Non capivano che la mia non era un’eccentricità d’artista ma un progetto ben definito: volevo rappresentare un bambino che soddisfatto, mostrava la sua opera.

L’ho dipinto così, girato appena di profilo, come se fosse stato colto di sorpresa e poi felice e trionfante ci mostrasse la sua opera: un pupazzo, un disegno di bambino con le cancellature e tutto il resto.

Una tela molto originale per l’epoca lo ammetto, visto che era assai raro rappresentare un fanciullo come figura autonoma e poi, lo schizzo del protagonista, sembra sia il più antico disegno di un bambino giunto fino ai vostri giorni. Scusate se è poco.

Poi però, lo ammetto, la speranza è ritornata. Quel quadro è stato ritrovato nei boschi ucraini ed è stato riportato là dove merita di essere, nel museo della mia città, il Museo di Castelvecchio. Ora fa bella mostra di sé, il mio fanciullo con disegno. È tornato insieme agli altri suoi cugini trafugati quella notte infausta di qualche anno fa. La ferita quindi si è rimarginata. E allora fateci un giro al Museo: ne vale davvero la pena.

Giovan Francesco Caroto