gioco della morra

«Uno! Tre! Cinque!»

Le dita si muovono frenetiche. Tutto il corpo è teso nello sforzo e segue una danza ritmata fatta di urla e qualche intimidazione. Devi ingannare il tuo avversario, non deve prevedere il numero che le tue dita e la tua voce stanno per indicare. Contemporaneamente devi indovinare il suo di numero, non cadere nelle sue trappole.

Devi essere scaltro, la posta in gioco è enorme: un goto de vin o addirittura un fiasco intero di rosso.  È così che si diventa vincitori, tra un rachetàr e uno smocolàr tuo, suo e degli spettatori che stanno intorno al tavolo.

La morra ha origini antiche, la si giocava nelle osterie e nelle trincee della Prima Guerra Mondiale. La inventarono (forse) gli egizi, la tramandarono i romani e oggi rivive, parzialmente, anche grazie alle manifestazioni come il Tocatì. Parzialmente perché, visto il suo carattere di gioco esuberante, è stata da tempo bandita ufficialmente: «I gravissimi e continui disordini che succedono in causa del clamoroso giuoco così detto della Mora determinano questa Regia Delegazione a prescriverne assolutamente la proibizioni».

Questo si legge in una circolare, datata 15 marzo 1836 e indirizzata alle amministrazioni comunali di Verona. La morra è tuttora considerata un gioco d’azzardo in ragione del fatto che, al di là delle scommesse per qualche lira, la foga del gioco induceva spesso i giocatori, presi dalla trance agonistica, a darsele di santa ragione. Ne andava di mezzo anche il proprietario del locale e quindi da allora (ma soprattutto dopo un’ordinanza simile, durante il periodo fascista), anche i titolari delle osterie vietarono questo gioco nei loro spazi.

In questi tempi moderni e nell’immaginario collettivo, la morra rimane comunque uno dei giochi popolari più affascinanti e ricchi di aneddoti da raccontare. Un patrimonio da tutelare, nel rispetto della legge, s’intende.