Da fuori si sente bussare. Colpi secchi, forti. Il dorso dei fucili picchia sulla porta di legno. “Aprite”, ordina una voce dall’esterno. Italo, Remo, Giulio e il papà Begnamino si nascondono dietro il muro che separa l’ingresso del ristorante dalla casa di famiglia. Gli altri fratelli, Peti e Ugo, si sono rifugiati in un luogo sicuro della casa. Pochi secondi di silenzio, interrotti dai battiti del cuore sempre più acuti. D’un tratto la porta si spalanca. Alcuni uomini invadono la stanza. Pochi secondi di terrore. I battiti del cuore si interrompono. Le mura dell’edificio sono circondate. L’unica soluzione è arrendersi.

Peti ci racconta l’episodio in maniera calma e precisa nei dettagli. Il suo corpo esile si adagia su una delle sedie che arredano la sala del Ristorante Leso a Valdiporro. Lo stesso in cui nel lontano 1944 Peti con i suoi fratelli veniva arrestato. Un malinteso, ma la guerra è guerra. Dove gli amici possono diventare nemici. E il nemico “ufficiale” può essere il vicino di casa. Così è stato per i Leso. Il motivo dell’arresto? Il sabotaggio di una macchina di un fascista vicino di casa e amico di famiglia, di cui furono ingiustamente incolpati. «Per noi in paese erano tutti amici. Ci si aiutava tutti», precisa Peti.

I repubblichini portarono gli uomini della famiglia Leso nella prigione di Montorio. Era ormai passato l’8 settembre 1943. Dopo il giorno dell’armistizio una parte dell’esercito aveva aderito alla Repubblica di Salò (da qui i cosiddetti “repubblichini”). «Solitamente erano i più giovani». Altri erano tornati a casa. Altri ancora, gli “sbandati”, si nascondevano per le campagne, nei boschi. Non erano né fascisti né partigiani. Peti ci confida: «avevo scelto quest’ultima alternativa», e sbotta: «perché ne avevo due scatole piene della guerra!».

Proprio lui, Giuseppantonio Leso, detto Peti, finì in prigione. Lui che nell’esercito non doveva neanche essere arruolato. «Ero stato definito debole di costituzione», ma con lo scoppio della guerra nessun giovane italiano poteva sfuggire all’arruolamento. Così il 5 febbraio del 1942 fu chiamato alle armi. Aveva 20 anni. La destinazione fu S. Pietro del Carso, allora sotto l’Italia, nel corpo militare della Guardia alla frontiera (G.A.F.), il corpo degli alpini senza penna, ma che non per questo valevano di meno. Erano loro i più esposti al pericolo nemico. Fino al 1943 Peti fece parte della batteria controaerea, con il ruolo di puntatore per mitragliera da 20mm. «Per fortuna non abbiamo mai ricevuto attacchi», racconta, «ma ogni notte si sentivano gli spari dei partigiani di Tito». Le notti erano momenti inquietanti. Là sul confine, alla frontiera. «Tre ore di guardia e sei ore di riposo nel bosco». Le giornate trascorrevano senza vedere nessun borghese: «non c’era niente, non c’era riposo. Eravamo soli». Per questo motivo erano riforniti di alcuni viveri di conforto: «ricordo bene le stecche di cioccolato!».

Preti si trovava tra due mari, come scrive nei suoi versetti Mia Lacomte. Ma non

come scissi o appena lambiti nei margini,/ si sta come stare davvero nel mezzo del senso più profondo di stare tra due mari /consapevoli delle rocce che squarciano spiagge / della luce che finisce più presto più tarda / del freddo dentro e fuori la grotta già caldo.

Forse Peti, come i suoi compagni, avrebbe desiderato varcare la soglia della frontiera. L’avrebbe spinto l’attrazione innata dell’uomo per ciò che è sconosciuto.

La frontiera è un confine, una linea che divide. Come quella che ha diviso i destini dei fratelli Leso. «Una volta arrestati», continua Peti nel suo racconto, «fummo portati nel campo di concentramento di Fossili, in Emilia Romagna». Qui transitavano i prigionieri prima di essere portati in Germania. Il treno partiva da Verona. E fu qui che il fratello Remo ebbe il coraggio di scappare. Lui stesso ci narra l’episodio. «Mentre eravamo schierati su una linea per salire sul treno alcuni prigionieri tentarono di scappare, ma si trovarono bloccati in vicoli ciechi e furono subito catturati. Io stavo per seguirli, ma fui trattenuto da mio fratello Italo». La voce di Remo si spezza. Nel silenzio riemerge il ricordo. Una linea lo ha separato da un destino altro. Forse dalla morte. «Il secondo tentativo, invece, fu quello fortunato», conclude. Mentre Remo raggiungeva Valdiporro, per nascondersi tra i boschi fino alla fine della guerra, Peti insieme ai fratelli Italo e Ugo fu mandato in un campo di concentramento nei pressi di Berlino, dalla fine del luglio 1944 al maggio 1945. «Si mangiava poco. Le camere erano arredate con letti a castello. La paglia faceva da materasso e la giacca da cuscino. Tutto l’anno vestivamo in tuta, senza mai cambiarci». Fu grazie alle sue capacità di elettricista che Peti lavorò nella famosa fabbrica tedesca di elettrodomestici Aeg, e grazie alla sua abilità musicale entrò a far parte di un’orchestra insieme a Italo. «Avevamo formato un gruppo di musicisti tra i prigionieri di diversi campi. Eravamo circa una quindicina», ci spiega. Peti suonava la chitarra, mentre Italo il pianoforte. «Andavamo a suonare di sera nei locali. E in cambio della musica la cena era più abbondante!».

Finalmente arrivò anche in Germania la liberazione dai nazisti. Era il 22 aprile del 1945 quando a Berlino entrò l’esercito russo. Il 9 maggio fu dichiarata la fine della guerra. Peti fu così imbarcato sul treno per l’Italia. «Eravamo in quaranta persone su ogni vagone di bestiame. Dopo una settimana arrivammo in Italia: le rotaie erano spesso interrotte e distrutte e il viaggio divenne interminabile». Giunti a Pescantina, un camion portava i soldati a Verona. «Qui trovai un amico di Cerro che mi offrì una cuccetta dove passare la notte nei pressi di Porta Vescovo. Il giorno dopo chiamai all’unico telefono del Comune di Bosco e mi feci venire a prendere da un taxi». Destinazione Valdiporro. Destinazione casa.

La frontiera è una linea. Come tale può essere superata. Peti lo ha fatto. I suoi fratelli pure. Si sono messi in gioco. E ne è valsa la pena.

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