Il 536 d.C. è stato l’anno peggiore della storia. Recenti ricerche scientifiche affermano questo: da quell’anno, bisestile (ricordate il detto?), partì una crisi che durò un intero secolo, tra eruzioni vulcaniche, nebbie fitte, inverni lunghi diciotto mesi e la rifinitura finale di un’epidemia di peste bubbonica che, inesorabile, si abbatté sulle popolazioni già stremate da fame e carestie.

Verona subì anch’essa l’insieme di questi eventi tragici e nel frattempo divenne la nuova capitale dell’impero Longobardo in Italia. Infatti, nel 568 d.C., re Alboino discese in Italia soffiando ai bizantini l’intero settentrione. Memorie della dominazione Longobarda sono presenti un po’ ovunque nella nostra città ma quella più importante, tanto da trasformarsi in leggenda, riguarda il famoso calice di Alboino.

Era il 572 d.C. e durante un banchetto il re dei Longobardi aveva alzato decisamente il gomito. La sua crudeltà lo portò ad ordinare alla moglie Rosmunda di bere da un calice formato con il teschio di Cunimondo, re dei Gepidi. Un gesto elegante visto che Cunimondo era il padre di Rosmunda, sconfitto dallo stesso Alboino in battaglia cinque anni prima. Un evento crudele in un periodo del Medioevo che molti storici hanno ribattezzato con il termine di secoli bui.

Un periodo di vendette, come la congiura della stessa Rosmunda che una notte vendicò l’offesa del calice legando la spada del re alla testata del letto e permettendo così all’assassino di entrare in camera per porre un giusto epilogo all’offesa ricevuta. Il re dei Longobardi provò a difendersi impugnando uno sgabello ma nulla poté contro la precisione della lama dell’assassino. Rosmunda riparò a Ravenna, sotto la protezione dell’Impero Bizantino. Vi trovò la morte, tragicamente, in perfetto stile medioevale, da secoli bui o da Games of Thrones, se preferite.