L’Accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere di Verona festeggia quest’anno i 250 anni di ininterrotta attività dimostrando quanto si possa essere all’avanguardia nel settore della ricerca. Ne abbiamo parlato con il presidente Claudio Carcereri de Prati.

Presidente, 250 anni non sono pochi. Cosa ne pensa?

È un bel traguardo, anche perché la nostra è una delle pochissime istituzioni della Repubblica di Venezia giunte sino a noi senza mai nessuna interruzione da quando fu fondata nel 1768 per volere del doge Luigi Mocenigo IV.

 

Com’è cambiata l’Accademia?

Certamente oggi sono cambiati i numeri perché è aumentata la popolazione. È cambiata l’estrazione sociale (all’inizio l’Accademia era formata solo da nobili, mentre oggi la società è molto variegata e molto più mobile). Permangono però i problemi quotidiani. L’Accademia all’inizio si è occupata di come migliorare le tecniche di coltivazione, il che significava scegliere delle piante più idonee rispetto ad altre, e i metodi di potatura. Oggi è chiaro che con la meccanizzazione e la genetica i problemi vanno affrontati in modo estremamente diverso.

 

Cosa è rimasto della prima Accademia?

È rimasto il nome e l’impegno nell’agricoltura a cui, col tempo, si sono aggiunte anche le scienze e le lettere. L’Accademia si è sviluppata in tutti i campi dello scibile. Nell’agricoltura continuiamo a studiare la parte relativa al miglioramento della coltivazione, oltre che a promuovere la possibilità di valorizzazione dei prodotti, in primis quelli veronesi. Ospitiamo convegni di studio anche sui singoli prodotti quali il radicchio, l’olio e l’uva, per capire quale ulteriore modo di valorizzazione ci sia in un mondo globalizzato dove le differenze assumono un grande rilievo.

 

L’Accademia ha svolto un ruolo di motore nell’ambito della cultura e dell’economia veronese. Le prime fiere a Verona in materia di agricoltura sono nate da qui.

 

A quali traguardi è arrivata in tutti questi anni?

L’Accademia ha svolto un ruolo di motore nell’ambito della cultura e dell’economia veronese. Le prime fiere a Verona in materia di agricoltura sono nate da qui. Inoltre, è stata delegata dalla Repubblica di Venezia a risolvere problemi come l’approvvigionamento della legna in città quale unico combustibile e si è occupata di costruire una strada ad hoc che dalla Lessinia potesse consentire l’arrivo di questi prodotti. Più avanti ha istituito la cattedra ambulante di agricoltura che insegnava agli agricoltori, recandosi in tutti i paesi, i metodi di coltivazione, soprattutto, della vite che era afflitta dal flagello della filossera. Ha pubblicato per il veronese uno statuto tipo di società cooperativa tra produttori per incrementare il reddito in agricoltura e qualche anno fa è stato pubblicato un rapporto sulla cultura veronese che è il più completo ad oggi disponibile. Oggi, invece, ci stiamo occupando del biologico e dello slow food, cioè delle nuove frontiere dell’alimentazione.  In altri settori, come quello delle lettere, abbiamo organizzato un convegno di cinque giorni in occasione della ricorrenza della nascita di Dante, per non parlare di studi storici sulla città. Nelle scienze, invece, l’Accademia inventò molte macchine per l’agricoltura e il settore agroalimentare. Tutt’oggi abbiamo soci che studiano soprattutto la parte relativa alla genetica.

 

Quali sono i tesori dell’Accademia?

Non avendo mai cessato l’attività, l’archivio è integro dal 1768, quindi è una miniera di notizie e di preziosi documenti relativamente alla nostra storia. Abbiamo poi una collezione antiquaria di libri pubblicati dal XV secolo in poi con particolare riferimento a quelli stampati a Verona. Il pezzo però al quale siamo più legati è la bussola, la quale serviva per la votazione degli accademici, che fu mandata in dono dal doge di Venezia. Conserviamo l’originale in due colori: rossa e bianca, per il no e per il sì, e all’interno abbiamo ancora le palle fatte di lino. Su di essa ci sono ancora i primi stemmi dell’Accademia con gli attrezzi agricoli. Inoltre, l’Accademia è anche proprietaria di collezioni di fossili, donati da grandi paleontologi veronesi, che sono attualmente in deposito al Museo di Castelvecchio.

 

A Buttapietra, intanto, l’Istituto Agrario ne fa 150

È composto da cinque sedi staccate: Buttapietra, Caldiero, Isola della Scala, San Pietro in Cariano e Villafranca e nacque grazie all’intuizione dell’intellettuale veronese Marc’Antonio Bentegodi.  L’istituzione agraria, ai tempi, mirava ad essere un’opportunità di concreta formazione al lavoro per i giovani che trovavano nell’agricoltura uno sbocco spesso naturale. L’Istituto Tecnico Agrario Statale Stefani Bentegodi sorse, in origine, a Marzana (1867) poi con il passare degli anni, prima si trasferì in un palazzo della veronese zona Filippini, per, poi, portarsi a Sud, in zona San Giacomo, e, quindi, a Buttapietra. A fine maggio, in occasione dei 150 anni della creazione della struttura numerosi eventi hanno ricordato l’importanza che l’Istituto ha ricoperto in passato, e del ruolo che vuole occupare nel futuro. Non è un caso che tra le iniziative per il 150° ci fosse anche la Festa della Biodiversità con una giornata (il 24 maggio scorso) dedicata al progetto Bionet, per conservare e valorizzare la biodiversità d’interesse agrario e alimentare del Veneto.