Stefano Cantiero

Avremmo dovuto incontrarci per pranzo, davanti a qualche piatto. Ma l’abbiamo fatto, poco prima, verso mezzogiorno, in tempo per creare l’architettura dell’appetito, arte in cui Stefano Cantiero, volto popolarissimo di VieVerdi, è indiscusso maestro. Diciotto stagioni su Telearena sono il suo pedigree. Il Triveneto è il suo terreno d’elezione.  «La normalità dell’entusiasmo» è, invece, il suo incanto.

di Miryam Scandola

IL PIER PERBELLINI che «edifica» la sua millefoglie con il garbo antico della tradizione ha fatto una cosa come circa 600 condivisioni su Facebook. Sarà forse che guardare è già, per vie diverse ma neanche troppo, un modo timido di assaggiare. Sta di fatto che il volto conosciutissimo del Nordest sui social fa numeri che vanno per traverso ai suoi omologhi nazionali come Linea Verde o Melaverde.

Stefano Cantiero gira mezzo Paese per raccontare, puntata dopo puntata, il battito lieve e costante che lo attraversa. Non temete, le continua a registrare le «cantierate», come chiama lui i cammei solari che si concede in qualche video. Ma se prima il popolare giornalista faceva, per sua stessa ammissione, «il caciarone», da un paio di anni ha invertito i canoni. «Perché il linguaggio che emoziona non è fatto di clamore». Lascia che la terra si spieghi da sola, o meglio, che a descriverla siano i suoi veri esperti. «Non ne posso più di vedere faccioni che fanno proclami» e allora al centro dei suoi servizi mette loro, i timidi protagonisti dei luoghi. Nel suo pantheon arcadico e, insieme, pragmatico ci sono gli uomini che mungono ancora a mano, i ragazzi che con le alghe si inventano integratori naturali e le donne innamorate dell’olio che producono. I numeri delle visualizzazioni e degli ascolti sono dalla sua parte «quelli che rigettano quel mondo poi guardano i video incantati».

Pare, insomma, aver trovato la chiave per raccontare il territorio senza soporifere riduzioni, lui che ha iniziato riempiendo le pagine della Provincia de L’Arena come cronista da Bovolone, dove abitava. Poi il servizio civile, un’assunzione che tardava ad arrivare e qualche colloquio. Proprio dopo averne fatto uno, incontra per caso sul Liston uno degli allora epigoni di Telearena. Da lì inizia tutto, dopo un’immediata gavetta come ufficio stampa di Confartigianato, nel 1994 inizia a tenere la rubrica settimanale “L’artigiano veronese”, intanto si occupa anche di economia con un altro spazio nel palinsesto televisivo fino al 2009. Un giorno arriva la patata bollente, per stare in favore di metafora. Gli affidano “Mondo Agricolo” poi mutato in “VieVerdi”, uno dei format più longevi e amati dell’emittente. «Non sapevo niente di agricoltura ma sapevo cosa non volevo vedere. Cioè soltanto campi e vacche». Era l’esatto opposto di un facile snobismo il suo.

Stefano Cantiero la stringeva e la stringe ancora la consapevolezza che una narrazione, di qualsiasi tipo, fallisce quando parla solo per gli addetti ai lavori, tagliando fuori tutti gli altri. Da lì l’intuizione che l’ha accompagnato per diciotto stagioni. A premiare poteva essere solo uno sguardo ampio, «onnicomprensivo», capace di tener dentro l’agricoltore come l’escursionista. E poi lui che si è fatto un po’ “ingrdiente” perché «per far funzionare un programma devi caratterizzarlo». Sembra che la sua impronta sia piaciuta visto che il format ha lambito oltre che il Veneto anche la Lombardia, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Piemonte e Toscana. Dal 2015 ha seguito il richiamo del digitale ribaltando gli schemi di certo affaticati della televisione tradizionale e imboccando il sentiero di una comunicazione crossmediale spalmata con abilità sui social e persino nei perimetri dell’app Ti porto io, di cui è padre orgoglioso dal dicembre del 2016. Sorride appena la nomina, la sua creazione. 

Partiamo dalla fine, o meglio dal dessert, come sta la sua app?

Due milioni di visualizzazioni, quattro milioni di persone raggiunte e un tempo di permanenza medio che si attesta a due minuti e mezzo: mi sembra il segno più chiaro che le storie sono visitate e vissute. Al momento sono 180 i video geolocalizzati e georeferenziati a portata di click che riassumono i sapori del Nordest. A fine anno diventeranno 220. Un modo innovativo per scoprire il territorio con il linguaggio dell’audiovisivo, di certo più diretto e, penso, anche più veritiero. Un invito ad andare a scoprire. Presto partiremo anche con una versione in tedesco e stiamo già collaborando su diversi fronti con Air Dolomiti.

Con la sua app ci porterà sempre e solo nel Nord Italia?

Chissà. Non si può rispondere a tutte le domande…

Anche se non si può ammetterlo, c’è una storia che ha amato raccontare più di altre?

Non faccio le preferenze. Diciamo che mi piacciono le persone che si rimettono in discussione. Come quei ragazzi che a 1600 metri di altezza gestiscono tutto l’anno il ristorante dei genitori. O l’agriturismo della Bassa, che proprio nella patria del maiale, decide di seguire il sentiero vegano. Oppure Pierluigi di Sona che, in tempi in cui si dice che «chi ha una stalla è destinato a morire», ha girato la frittata a suo vantaggio e con il latte che produce ha creato una gelateria sempre affollatissima. Me le scelgo io le storie, sono in tanti che mi tirano per la giacchetta, ma io vado dove credo sia meglio.   

La tirano per la giacchetta anche per riempirle le mani di onorificenze. Ha un elenco infinito di premi: da Araldo d’Onore dal magnifico Ordine delle tradizioni gastronomiche veronesi a Decano del palio di Bovolone, passando per il Cavaliere del Gran Carnealon di Domegliara. Per ragioni di spazio ci fermiamo qui…

(ride, ndr) Tra tutti, amo in particolare i riconoscimenti che mi vengono dati localmente. Ti premiano per quello che sei. Non li diserto mai, perché te li danno con il cuore.

Qual è la cosa di cui va più fiero?

Essere riuscito a farmi voler bene dalla gente e volergliene io stesso. Negli anni mi sono arrivate anche proposte nazionali. Ma non ci tengo a diventare uno dei tanti “signor sì”, durerei mezz’ora.

Come sta l’anima rurale veneta e veronese?

Sta abbastanza bene, ma sul piatto va messo tutto: la tipicità, la quantità, la qualità e il rispetto della terra. È indiscutibile il consumo del suolo degli ultimi 30 anni. Ho spesso sorvolato la fascia pedemontana da Belluno al Lago di Garda e ne sono rimasto colpito. Non so se sarà la futura emergenza ma è di certo una delle cose che mi preoccupano di più.

Ha messo più volte in guardia anche sul tema della monocoltura spinta delle viti.

Ci vuole coraggio a dire queste cose. Il vino è la delizia. È una fetta fondamentale dell’agroalimentare veronese e per fortuna che c’è; ci mancherebbe. Ma dall’altra parte non si può far finta di non vedere la piantumazione spinta dei vigneti, che hanno ingoiato anche le ciliegie. Bisogna fermarsi e interrogarsi. È agricoltura o industria agricola?

Una volta, in un’intervista, ha detto che sono gli allevatori la categoria più aggredita e provata.

Lo penso ancora. Gli allevamenti italiani, quelli bovini e avicoli in particolare, sono vessati dalla scarsa efficacia dei controlli di frontiera e soffrono le conseguenze di un mercato che introduce spesso, chiudendo un occhio sulla qualità, la carne meno costosa dei Paesi dell’Est.

Un problema molto sentito, nella fascia montana, sono ovviamente i lupi.

Non dovrei prendere posizioni per il mio ruolo, ma mi sento molto solidale con gli allevatori. Da un problema si è arrivati all’emergenza e adesso è una vera piaga. La gestione inadeguata del predatore è la sconfitta della politica con la “p” maiuscola.

Cosa pensa quando guarda la montagna veronese?

Mi innamoro.

Eppure spesso ha detto che dovremmo imparare dai trentini, Lessinia compresa.

Mi si obbietta che loro hanno i fondi, ma non è di questo che parlo. I trentini hanno un senso di appartenenza territoriale molto forte. Copiare dall’Alto Adige vuol dire fare nostro l’orgoglio territoriale. Così si finisce per insegnare anche agli altri a rispettarlo. Là non puoi muover foglia, senza il loro permesso. I loro prati sono così curati che ci puoi mangiare sopra.

Torniamo al cibo per chiudere senza appesantirci: la cena perfetta secondo Stefano Cantiero

Risotto all’amarone. Bollito con la pearà. Valpolicella.

Senza appesantirci appunto

Cosa vuole che le dica. La pearà è sua maestà. E accento e rima non sono affatto casuali.