Ci sono luoghi e non luoghi. Quelli conosciuti ai più e quelli ancora da scoprire. Intorno vi ruota un mondo fatto e animato da persone, volenterose, spesso volontarie, sicuramente amanti del proprio territorio e della propria città. Persone che hanno deciso di associarsi per dare e comunicare qualcosa. Persone di quella generazione che ha potuto viaggiare, vedere, osservare, e portare un’ondata di aria nuova a casa propria.

Di Giovanna Tondini

Questo è ciò che accade a Verona negli ultimi anni. «C’è stata una reazione al nulla», afferma Elena Sauro di Interzona. E grazie a questo fermento sono nate tante associazioni – come tante sono morte – con uno spirito propositivo e costruttivo. Che si riconosce anche nella volontà di unirsi, di fare rete. Spirito, questo, ormai indispensabile e necessario per poter proseguire e non dover chiudere i battenti. Se dunque l’associazione Interzona, operativa da più di vent’anni, non ha più una sede fissa presso il Magazzino 22, le collaborazioni che ha intessuto di recente le hanno permesso di continuare le attività in altri spazi. Anche l’arte teatrale, dal canto suo, ha trovato nuove sedi, tra le tante, Fonderia Aperta, nata da un’idea di Roberto Totola. Dunque, che lo spazio ci sia o non ci sia non importa. C’è chi, come l’associazione RiVer, punta proprio a valorizzare luoghi poco conosciuti alla città, animandoli con eventi culturali che, di volta in volta, si adattano allo spazio scelto. E chi punta al recupero di siti storici come l’APS Forte Sofia e OperaForte a S. Caterina.

La risposta positiva del pubblico senz’altro palesa la presenza di un bisogno nella città scaligera. «Ma la difficoltà maggiore rimane quella di cambiare effettivamente il pubblico», afferma Matteo Zamboni, della rivista Salmon Magazine, termometro della cultura scaligera underground ma non solo. Dopotutto, dobbiamo fare i conti con una mentalità campanilista, diffidente e individualista, che non solo appartiene al nostro territorio, ma è sempre più dilagante nella società occidentale in cui viviamo. La sfida è quindi il cambiamento del concetto di cultura, che deve diventare impresa. Concetto di cui in Europa si parla da anni, ma che in Italia, luogo di eccellenza della cultura, fatica ancora a diffondersi e ad attecchire. La speranza è che sia questo tipo di iniziativa a salvare un luogo rinomato come l’Arsenale, prima che cada definitivamente nell’oblio.

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