Storia di due famiglie della Lessinia. Di un coraggio che si attua senza elemosinare ammirazioni. Si sostanzia di cose normali come preparare la colazione, lavare e cambiare la posizione nel letto a quel figlio aggiuntivo che non potrà mai muoversi da solo.

NON ABBIAMO FOTO, non diremo chi sono questi due bambini e non useremo neanche i nomi veri delle due coppie di genitori che li hanno accolti nella loro biografia familiare. Per ragioni che non sono legate tanto ai perimetri della legge, quanto a quelli di una modestia che prova disagio a dire tutto il bene che fa. Solo la bontà più pura si pone il problema di essere fraintesa, di ridursi ad esercizio di vanteria. E queste due famiglie, che abbiamo incontrato un sabato pomeriggio, con una crostata ai frutti di bosco al centro del tavolo, questa elevatezza d’animo l’hanno scelta ormai da anni. Edoardo gioca per terra, su un tappeto morbido, quasi scontato correlativo oggettivo di ogni infanzia felice. Attorno lo circonda il suo esercito di animali di plastica. Ora ha sei anni. È stato abbandonato alla nascita quando i genitori naturali hanno scoperto che aveva la sindrome di Down. È nato la mattina e si è svegliato il pomeriggio. Solo. In ospedale l’hanno tenuto i dieci giorni previsti: in quel frammezzo temporale tutto può ancora dirsi, madri e padri impauriti da una vita troppo fragile che viene loro attribuita, potrebbero ripensarci, potrebbero tornare. Non è successo: Edoardo, ad appena 45 giorni, è stato dato in affido a Chiara e a Mario. All’epoca avevano già i loro quattro figli biologici ai quali si aggiungeva, di volta in volta, qualche nuovo bambino affidato. Con questo piccolo fagottino arrivato, hanno affrontato i giorni, uno dietro l’altro, numeri incalcolabili di settimane passate a nutrirlo solo con un sondino. Poi hanno deciso di avviare le pratiche per l’adozione. E ora questo bimbo, che eroga bacini e sorrisi, si affaccia dal suo mondo di animaletti e chiede un bicchiere di succo. «Li abbiamo sempre ammirati a distanza», guardando Chiara e Mario creare una quotidianità ricca e riuscita per il loro Edoardo, tra corsi in piscina, pianoforte e piccoli progressi, i loro vicini di casa, Fernanda e Alessandro, hanno preso una decisione grande.

NIENTE DELLA VITA DI MICHELE, 3 anni e mezzo appena, è reversibile. Non vede e non vedrà, non parla e non parlerà. Fernanda e Alessandro, già mamma e papà, anche loro, di quattro figli, ogni giorno si svegliano e iniziano la giornata con la routine scardinata e rinnovata che lui, con il suo arrivo, ha introdotto. È dipendente in tutto e lo sarà per sempre. Qualche volta, escono a fare delle passeggiate, ma più che altro d’estate, perché d’inverno «non può prendere freddo». È delicato ogni aspetto della vita di Michele, nato con una patologia molto grave e abbandonato tra le corsie dell’ospedale. Se non fosse stato adottato, sarebbe finito in uno dei tanti istituti, tra le pareti di una stanza, accudito, ma senza garanzie affettive annesse. Fernanda ci mostra un video sul cellulare di questo suo bimbo che quasi non si muove. Ha in mano un regalo di Natale e lei, che ormai ne conosce i lineamenti, le insenature impercettibili del volto, dice che sta sorridendo. «È tantissimo quello che ricevi» dice, e non smette di ripeterlo anche quando vengono fuori le operazioni a cui è stato sottoposto e quelle che ancora lo aspettano. Lo dice pure quando il discorso si sospende sulle prospettive di vita che, implacabili, escono dai responsi dei medici e sono sempre terribili. Per lo Stato italiano il caso di Edoardo come quello di Michele figurano nella categoria “adozioni difficili”. Un processo infinito e sfinito per gli operatori che devono trovare famiglie disposte a farsi carico di un impegno triplicato rispetto al già complesso percorso dell’adozione. Durissima la scelta per gli aspiranti genitori che, dicendo “sì”, autorizzano lo stravolgimento della loro quotidianità in misura ancora più rivoluzionata di quanto già si compia con un bimbo senza problemi. Un sistema di sostegno economico per chi prende la strada dell’adozione di bambini con bisogni particolari, in Italia, sarebbe previsto dalle norme (art.6 della legge 184/1983) ma solo compatibilmente con la disponibilità di bilancio e quindi, neanche serve dirlo, ha fattezze evanescenti. Queste due famiglie si aiutano a vicenda. Affetti contigui che sono diventati uno l’esempio dell’altro. «Abbiamo una rete, gli altri figli ci aiutano, le persone del paese ci sostengono», lo sanno che lo sconforto c’è, non dipingono giorni costellati solo di luce. Ma preferiscono ribadire, con frasi semplici, che non sono eroi, sono solo gente che ama e che si sente «onorata» di vedere lievissimi progressi, risposte di affetto minime «ma immense». Basta questo, non serve descrivere altro. Perché le azioni, e non le parole usate per contornarsi le intenzioni, sono il contrassegno, l’unico sincero, di quello che si è.