Tiene banco l’argomento della riqualificazione e/o del ripristino delle cave in Lessinia. Dai progetti avveniristici di architetti e designer, a quelle che possono essere delle proposte più in linea con le tematiche ambientali e con il rispetto delle normative esistenti.

Quando si parla di cave, lasciateci fare una battuta, si alza spesso un gran polverone. È indubbio che lo sfruttamento dei materiali lapidei nel territorio della Lessinia veronese, che affonda le sue radici addirittura alla Protostoria e all’età del ferro, abbia in qualche modo alterato, specie negli ultimi decenni, un delicato equilibrio ambientale in un territorio, la montagna, in cui ogni minimo cambiamento balza all’occhio più facilmente rispetto ad altri contesti urbani o rurali.

Se per anni il comparto lapideo ha garantito occupazione e opportunità economiche per intere comunità montane, con la crisi dell’edilizia sia il volume di affari che il numero di addetti si è molto ridimensionato. Alcune cave giacciono ancora a cielo aperto nonostante l’attività estrattiva si sia esaurita, altre sono ancora luogo di lavorazione, altre sono oggetto di valutazioni di architetti, tecnici o designer per trovare un giusto compromesso tra quanto abbiamo tolto al paesaggio e a quanto dovremmo restituirgli.

Partendo dalla normativa vigente, la coltivazione delle cave è regolamentata dall’art. 45 del Regio Decreto 29.07.1927 N. 1443 in cui si dice che “le cave e le torbiere sono lasciate in disponibilità del proprietario del suolo”, ma è l’art. 18 della Legge Regionale 44/1982 a determinarne, nello specifico, le linee guida principali per l’attività estrattiva.

Nel Veneto, le cave per l’estrazione di vari materiali sono oltre 500. Di queste quasi la metà sono nella provincia di Verona. Per avviare una domanda di coltivazione è necessario essere in possesso di alcuni requisiti fondamentali, primo fra tutti, ovviamente, la disponibilità del giacimento, in secondo luogo l’idoneità tecnico economica della ditta richiedente. Elemento fondamentale che deve essere allegato alla richiesta è il “progetto di coltivazione”, all’interno del quale vanno relazionati l’inquadramento geologico dell’area, l’inquadramento viabilistico di collegamento tra la cava e le strade pubbliche, quello paesaggistico per la compatibilità ambientale e quello agronomico e forestale e con Rete Natura 2000 fino ad arrivare al progetto di estrazione vero e proprio, al piano di gestione dei rifiuti di estrazione e il progetto di sistemazione ambientale.

Ed è proprio su questo ultimo punto, non meno importante, su cui spesso si gioca la partita tra favorevoli e contrari alla coltivazione delle cave a cielo aperto, tra chi dice che l’attività estrattiva è un valore per il territorio e chi, invece, è convinto del contrario, ovvero che si tratti solo di deturpazione ambientale.

L’arte di estrazione in cava, che pur se ne dica, è un’arte nobile, che richiede conoscenza, tecnica e talvolta un sesto senso. Dal marmo alla pietra della Lessinia, i prodotti lapidei scaligeri ha fatto conoscere Verona in tutto il mondo e impreziosito luoghi e opere realizzate dall’uomo nei cinque continenti. Come dicevamo, l’ago della bilancia dei pro e contro, forse sta nel recupero o nel ripristino (previsto dalla legge, ndr) della cava stessa.

Nel corso di questi anni, molto del materiale da riporto definito “cappellaccio”, che rappresenta la bancata di roccia interposta tra la superficie topografica del terreno e la sommità degli strati utili di pietra che stanno sotto, è stato asportato dal luogo di origine per essere reimpiegato in opere edilizie esterne, privando molti di questi siti del materiale utile alla loro copertura una volta estratta la pietra.

Non sono moltissimi i casi di ripristino naturale della cave dismesse o esauste. Siamo andati sul Monte Loffa di Sant’Anna d’Alfaedo a vederne uno. Incontriamo Roberto Quintarelli, cavatore da oltre quarant’anni, il quale ci ha accompagnati all’interno della sua cava, ci ha spiegato come nasce un blocco o una lastra, la cura e l’attenzione che ci devono essere nel trattare questa pietra semplice, ma nobile, per poi mostrarci, poco sopra, un ripristino completo terminato qualche anno fa su un terreno di famiglia. Quintarelli ci ha sottolineato come ci dovrebbe essere sempre da parte del cavatore l’obbligo morale, oltre che legale, di far tornare il sito più vicino possibile al suo status originario e come in molti casi questo non venga fatto, o solo in parte.

Sui motivi per cui questo spesso non accade apriremmo un discorso troppo ampio, ci vorremmo soffermare proprio sul ripristino di Monte Loffa, dove un buco con un fronte cava di oltre venti metri è stato risanato con materiale di riporto e riconvertito a prato verde.

Siamo sicuri che di esempi virtuosi simili come questo ce ne siano tanti altri in Lessinia e nelle vallate pedemontane. Abbiamo scelto questo per dire che il rapporto uomo ambiente, anche nel caso specifico delle cave, può essere riappacificato, recuperato, valorizzato. Con una vera “riconversione ambientale” così come ci suggerisce Papa Francesco nella sua ultima enciclica Laudato si’.