Edward Luttwak,«l’uomo dagli scenari globali», è intervenuto il 22 gennaio scorso al Palazzo della Gran Guardia, in un incontro promosso da AGSM e moderato da Mario Zwirner, Direttore di Telenuovo. L’economista e consigliere strategico per il governo americano ha affrontato temi grandi, dal terrorismo all’incertezza dei mercati, passando per l’Europa e i suoi “lacci”.

Avrebbe dovuto parlate di geopolitica, stando al volantino. Ma a Edward Luttwak le limitazioni, che siano di ruolo o semplicemente di argomento, non piacciono molto. Economista, politologo, saggista e esperto di politica internazionale, nonché consigliere strategico della Casa Bianca, durante l’incontro il 22 gennaio scorso, presso il Palazzo della Gran Guardia, ha spaziato dal Califfato islamico fino al decentramento amministrativo, passando per il capitalismo «che è un cavallo che non si può pensare di ingabbiare». E ovviamente ha sostato con il pensiero sull’Europa.  L’UE, per lo studioso, soffre di una sindrome di immobilismo cronico che impedisce un vero margine d’azione per i Paesi membri. Le interferenze europee sono, secondo Luttwak, l’ostacolo allo sviluppo degli stessi. Ha citato la Svizzera, come esempio virtuoso (il Paese è lontano da Bruxelles, quanto dall’euro) e il Regno Unito (membro dell’Unione Europea, ma non aderente dell’Eurozona).«C’è meno Europa».Questa, a suo avviso, la ragione che spiegherebbe il mezzo milione di italiani a Londra impegnati in lavori che a casa non farebbero mai. Perché, a ben vedere,«in Inghilterra non dovrebbero esserci italiani e francesi, anche solo visto il clima, che, diciamolo, è molto peggiore». Oggi la paralisi dell’Unione, dalla quale fuggono i suoi giovani, inizia a mostrarsi perché«non è più compensata dal dinamismo cinese».

La teoria, dunque, che sembra guidare, in primis, le logiche europee è quella del «siccome c’è la globalizzazione, l’unica soluzione è un governo globale». Niente di più sbagliato, per l’esperto, perché deresponsabilizza chi è al potere. E, in parte, l’oscillazione delle Borse di queste ultime settimane trova origine proprio nel fatto che «gli investitori privati non si fidano dei loro governi». I grandi di Bruxelles dovrebbero ricordare che «l’Europa è stata creata da gente coraggiosa», e che sarebbe bene emularne, anche solo in minima parte, l’atteggiamento, «spingendo e non solo tirando».

Celebre per le sue provocazioni, Luttwak ha scelto di non risparmiarle ai tanti venuti all’incontro promosso da AGSM. Per lui «il terrorismo non è solo un problema di morti». Quello che la mano dell‘Isis colpisce, travolge. E questo vale anche per il settore economico. Non a caso la bomba, in Turchia, è stata gettata nella piazza di Sultanahmet, nei luoghi che appartengono ai turisti più che ai suoi quotidiani abitanti. Così in Egitto, così in Burkina Faso, così a Parigi.

A sostegno della sua tesi, arrivano i dati dell’economia francese che nel quarto trimestre ha rallentato. Il ristagno è imputabile al terrorismo e al relativo calo del comparto turistico, secondo la stima diffusa dall’Istituto Statistico Nazionale Francese (INSEE). Ricordando l’insanguinato 13 novembre parigino, Luttwak ha, senza mezzi termini, evidenziato le mancanze dei servizi segreti d’oltralpe. «Non hanno metodo, e non lo cercano. Preferiscono compilare biografie (i dossier, ndr), piuttosto che firmare arresti».

Riflessioni dure che sembrano trovare conferma nelle recenti dichiarazioni dell’ex capo della sezione anti terrorista del tribunale di Parigi, Marc Trévidic, che critica la legge sull’intelligence introdotta di recente «il Califfato ha una capacità di sviluppo notevole perché per tre anni è stato lasciato crescere indisturbato. Risultato: è diventato potentissimo; e quando un gruppo terroristico è forte, si esporta».

Il sistema è diverso in Italia; funziona meglio perché, a detta del consulente strategico del Pentagono, «ha fatto pratica con le Brigate Rosse».

Parigi, come si è tornati a vivere

Abbiamo chiesto a Giacomo Leso, giornalista per il gruppo de L’Espresso, veronese di nascita ma parigino dal 1998 di raccontarci cosa si respira, oggi, tra le vie della capitale francese.

Le reazioni dei parigini, dopo gli attentati, sono state due. Vi è una parte, quella della borghesia ricca parigina del VI e  VII arrondissement che si è rifugiata ancora di più nel proprio ceto, cercando nelle sicurezze del benessere una garanzia dal terrore di novembre. Un tentativo di annegare e negare quello che è successo con una vita più agiata della precedente. L’atteggiamento, forse, più interessante è, invece, quella della maggior parte della gente. Arabi e persone di colore che vanno in luoghi considerati “bianchi”, e viceversa. Invece di allontanarsi, alcune persone hanno scelto la via del dialogo; è molto diffuso e confortante questo vivre ensemble (vivere insieme, ndr).

La richiesta presentata dall’associazione Lega francese per la difesa dei diritti dell’uomo e del cittadino di sospendere lo stato d’emergenza nel paese non ha sortito l’effetto sperato. Com’è stato percepito dai cittadini il prolungamento?

Quella che viene a costituirsi come una possibilità in più per le forze dell’ordine, dai francesi viene vissuto malissimo. Ma questo stato di polizia durerà poco. L’autocensura nei comportamenti e nelle parole, non è decisamente nelle corde dei parigini.