A man tries to get connected to YouTube with his tablet at a cafe in Istanbul on Thursday.

I recenti avvenimenti in Turchia obbligano a considerare scenari che, a quanto pare, non sono così lontani. Dipendiamo tutti dalla rete e dai servizi che vi sono connessi, e la possibilità di manomettere questa libertà potrebbe scaturire in scandali internazionali senza precedenti. Abbiamo provato ad immaginare uno scenario di questo tipo, scoprendo che la comunità degli internauti è forse più forte ed organizzata di qualsiasi servizio segreto.

Non è una novità, ma questa volta è a pochi passi da casa. E fa paura.
Non stiamo leggendo un libro di storia, non sono le censure fasciste o naziste ai giornali non allineati con il partito. Si tratta di una censura molto più potente, che limita l’accesso alle informazioni e la libertà di espressione tipica della rete internet.
Conosciamo tutti le vicende recentissime della Turchia. A margine e a seguito della sua vittoria alle elezioni amministrative (di cui i giornali davano notizia mentre questo numero di Pantheon era in stampa), Recep Tayyip Erdogan, detto “il sultano”, ha deciso di fare man bassa alla libertà di informazione del suo Paese, bloccando prima Twitter, poi Youtube e quindi anche i DNS di Google (vedi box). Non è il primo Stato a farlo, ma questa volta ci tocca di vicino. Dal 2005, infatti, si rimandano i negoziati per fare entrare questo Paese nell’Unione Europea pur essendo evidenti, ora in modo particolare, le pesanti spinte antidemocratiche che si respirano dei dintorni di Ankara e Istanbul.
Cosa succederà ora che anche il colosso di Google si è dimostrato attaccabile? Quanti altri Paesi potrebbero pensare di attuare delle manovre simili? E se succedesse anche in Italia? La rete e i suoi utenti sarebbero in grado di reagire ad un attacco di questa portata?
Dietro questi fatti di estrema attualità si nascondono scenari complottisti che tutto il mondo osserva con apprensione, chiedendosi con una certa preoccupazione “e se succedesse a noi?”.

Il fatto
Tutto accade a margine delle elezioni amministrative. Il premier Erdogan è minacciato da un dilagare inaspettato di informazioni ed intercettazioni, che lo inchiodano senza appello. È il 24 di febbraio quando, in meno di 24 ore, il video dell’intercettazione telefonica fa il giro del mondo. Si tratta di materiale registrato nel dicembre 2013, e riunisce un “collage” di cinque intercettazioni diverse. Il premier chiede al figlio di far sparire una grossa somma di denaro (si parla almeno un miliardo di dollari, anche se questa informazione non è stata confermata, ndr) che sembrerebbe essere conservata in più abitazioni. Dopo l’esplosione del caso, che finisce su tutti i giornali, Erdogan nega e minaccia di intraprendere azioni pesanti. Immediatamente dopo la diffusione del video, il governo turco chiede a YouTube di rimuovere il video, ma non serve a nulla, perché lo spezzone è già stato riprodotto, tradotto in lingue, ricaricato sulla rete e diffuso a macchia d’olio. Centinaia di milioni di utenti lo hanno visto. Lo scandalo, chiamato “tangentopoli del Bosforo” assume contorni internazionali. Erdogan continua a negare, anche a margine di un summit con i suoi fedelissimi, ma l’effetto ottenuto sembra essere contrario. L’opposizione chiede le dimissioni e la contrapposizione tra le due fazioni si fa violenta.

La censura e l’aggiramento dei blocchi
A seguito di questi fatti Erdogan ha preso la decisione di fermare Twitter, responsabile di aver diffuso a macchia d’olio la notizia delle intercettazioni. Tecnicamente questo “blocco” è stato fatto in maniera abbastanza semplice, e nonostante la maggior parte dei cittadini turchi sia rimasta senza accesso al social network, si sono presto diffuse le modalità per aggirare la censura. Sui muri delle città sono apparse le istruzioni per bypassare il blocco, e alcuni siti specializzati hanno sottolineato che in una settimana l’utilizzo di Twitter in Turchia è salito come mai aveva fatto. Ma il governo ha quindi mosso una seconda offensiva, bloccando anche i DNS di Google (vedi box) che in un primo momento avevano consentito di accedere a Twitter aggirando i sistemi di blocco messi in funzione. La situazione è quindi andata avanti con tentativi di implementare la censura da una parte, ed escamotages per accedere comunque alle pagine bloccate dall’altra.
Una settimana dopo lo stop di Twitter, l’autorità turca per le telecomunicazioni ha bloccato anche il sito di Google dedicato ai video: YouTube, giustificando questa procedura come «misura amministrativa dopo analisi tecniche e considerazioni legali». Poche ore prima del blocco, anche YouTube aveva diffuso un video in cui il ministro degli esteri, il capo dei servizi segreti e un generale discutevano su un potenziale attacco contro i militati jihadisti in Siria. Il premier Erdogan aveva minacciato che se YouTube non si sarebbe attenuto alle leggi turche sarebbe stato bloccato, e così è avvenuto. Non è la prima volta, e probabilmente non sarà nemmeno l’ultima. Anche nel 2007, per fare un esempio, un tribunale locale ordinò di bloccare il famoso sito a seguito di alcuni contenuti diffamatori nei confronti di Mustafa Kemal Ataturk, paladino e fondatore dell’attuale Turchia.

La rete
Mentre scriviamo questo pezzo non possiamo sapere se la censura di Twitter, YouTube e dei sistemi di accesso Google durerà ancora per giorni, settimane, mesi oppure se mentre sfoglierete questo numero di Pantheon la bolla si sarà già sgonfiata.
Tuttavia quanto si è visto in Turchia dimostra un fatto che forse ancora in molti ignorano, ed è il motivo per cui, forse, anche Internet è stato nominato per il Nobel. La comunità che si muove dietro alla rete è davvero in grado di eliminare i confini e di unirsi per raggiungere uno scopo comune, indipendentemente dai divieti. Perché è più facile protestare dietro l’anonimato di una tastiera che non in piazza in mezzo ai lacrimogeni. Lo ha dimostrato anche il blocco turco a YouTube, la cui notizia si è letta anzitutto da Twitter, in quando il popolo turco ha trovato preso il modo per accedere al social nonostante il bavaglio governativo.
Quindi internet è davvero invincibile? Forse. Fatto sta che la potenza che ha raggiunto la rete mette in imbarazzo il vicino di casa, un intero paese, politici ed interi governi.
Un piccolo caso lo abbiamo vissuto (e lo stiamo vivendo) anche a Verona con la puntata di Report programmata per il 7 aprile. Il polverone alzatosi sul web è stato talmente grande che tutti i diretti interessati sono intervenuti per palesare anche al pubblico della rete la loro posizione. Affermazioni, smentite e controsmentite da perdere la testa, e gonfiate dalle recenti vicende che hanno coinvolto l’oramai ex vicesindaco Vito Giacino.
Cosa sarebbe successo se il nostro sistema politico non fosse così democratico? Probabilmente anche noi avremmo ricevuto la batosta di una censura improvvisa, e resta da chiedersi se siamo davvero affamati di verità da movimentarci subito per trovare le alternative, come hanno fatto in Turchia.
Perché a volte, l’impressione è che a noi italiani piaccia di più il gossip e il chiacchiericcio rispetto alla verità.

Il futuro
Chiaramente tutti ci auguriamo che vinca la libertà, e quindi lo scenario che ci prefiguriamo è quello di una progressiva liberalizzazione delle comunicazioni online, senza censure. Bello, ma irreale.
La verità è che il controllo che viene attuato su tutti gli internauti è sempre molto alto, lo si pensi in merito alle pubblicità che incontriamo casualmente durante la nostra navigazione, spesso correlate ai nostri interessi, ai nostri click più frequenti, al nostro lavoro. La rete è uno strumento potente, per tutti: per chi cerca, per chi compra, per chi vende e anche per chi comanda.
È probabile che le generazioni future vivranno su un doppio fronte. Da una parte la rete che possiamo definire “tradizionale”, quella che usiamo tutti noi oggi, quella che oggi è praticamente un piccolo monopolio Google e in cui quasi tutto quello che facciamo viene riutilizzato commercialmente. Non è illegale (non ancora), e ci conviviamo tutti.
Dall’altra parte tante piccole reti indipendenti, come una piccola ma diffusa carboneria, che permetteranno agli utenti di scambiare informazioni in modo libero e senza passare dalle maglie di un qualche controllo. Non saranno soluzioni durature, ma temporanee, a meno che chi le metterà in funzione non riesca a costruire dei sistemi davvero efficaci. L’esempio Turco ne è la dimostrazione: aggirare i blocchi per sentirsi forti, uniti, capaci di superare gli ostacoli.
Solo il tempo dirà se questo pronostico è davvero azzeccato.

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