Hanno messo gli occhi sul sottopassaggio pedonale di Porta Vescovo che oggi, grazie anche alle loro iniziative, è un luogo aperto e di tutti. Non contenti, gli architetti (ma anche sociologi e designer) di AGILE hanno spostato lo sguardo sugli oltre due milioni e mezzo di metri quadrati di territorio occupato dai 555 luoghi dell’abbandono che la nostra città, tristemente, colleziona. Fino all’ultimo, impegnativo lavoro che ha reso “fruibile” alla vista alcuni degli spazi in uso e disuso del sistema fortificato veronese. Perché la rigenerazione urbana parte, anche, da qui.

«Ci interessa la città», dice subito Michele De Mori, e non ci resta che prenderlo sul serio, guardando l’ultima fatica che stringe in mano. Un pieghevole che raccoglie le fortificazioni meno conosciute del veronese e le racconta nel modo più semplice e leggero che esista: una mappa «che sta in tasca», senza scomodare i faldoni dei tecnici. Stampato nel settembre 2015, I forti asburgici di Verona è l’ultimo gioiello uscito dalla fucina di AGILE, associazione di promozione sociale nata nel 2012. Il progetto, che è stato realizzato grazie al sostegno di Fondazione San Zeno Onlus, con il patrocinio del Comune di Verona, dell’Ordine degli Architetti e di Legambiente, raccoglie ben 16 manufatti asburgici esterni alla cinta magistrale. Del resto, dopo aver censito, nel 2014, tutti gli edifici scaligeri abbandonati, una circoscrizione alla volta, con una meticolosa mappatura che ha evidenziato 555 casi, a loro, eroici appassionati dello spazio in disuso, è sembrata una scelta naturale passare al tema dei forti. «Quando parliamo di fortificazioni parliamo di opere che hanno reso la nostra città patrimonio dell’Unesco», spiega De Mori.

E in effetti, il titolo che ha fatto delle vie scaligere un bene da preservare, la nostra città lo deve anche alle stratificazioni storiche che l’hanno resa, in passato, una piazzaforte militare di tutto rispetto. Inserita nel Quadrilatero che vedeva ai vertici città come Peschiera, Mantova e Legnago, Verona è stata un importante punto strategico e logistico militare. Oggi alcuni elementi dell’impianto difensivo, dopo essere sopravvissuti ai conflitti mondiali e alle esigenze scomposte del boom economico, sono finiti nel limbo irrispettoso del tempo. A giocare un ruolo in questa gara della dimenticanza è anche il problema della proprietà unica. Solo di recente tre forti, Santa Caterina, Preara e Lugagnano, sono passati al Comune, ma tanti appartengono ancora al demanio o sono custoditi da privati, come forte Biondella proprietà della Fondazione Carlo Ederle. Estremamente diversificata è anche la condizione in cui i monumenti versano.

Si va dalla giungla che avvolge forte San Procolo alla vegetazione che nasconde forte Montorio ma anche, fortunatamente, all’uso felice di forte Caterina, animato dalle iniziative della cooperativa Milonga e dell’originale offerta culturale di Ippogrifo Produzioni. Conoscere è da sempre il primo passo per tutelare. Da qui l’idea della mappa chemostra non solo dettagli tecnici come la posizione e una breve nota storica ( la revisione finale è dell’architetto Lino Vittorio Bozzetto, ndr), ma che, sul retro, suggerisce anche i mezzi di trasporto per raggiungere il forte e il grado di accessibilità dello stesso. I prossimi progetti? «Tanti e sparsi» sorride nel rispondere, Glauco Labruna, architetto, anche lui parte dell’associazione scaligera. In cantiere, per ora, c’è un lavoro che vedrà la luce a giugno in collaborazione con l’Ordine degli Architetti in occasione dell’inaugurazione della nuova sede nell’edificio di testa degli ex Magazzini Generali. «Il nostro impegno sarà relativo maggiormente all’analisi storica dei quartieri di Borgo Roma e Santa Lucia, tagliati a metà da Viale del Lavoro» precisa Labruna. Pensare, dunque, il recupero di una struttura lasciata a se stessa tenendo a mente quanto sia fondamentale anche «lavorare sul suo contorno». Questione di sguardi, dirà qualcuno. Piuttosto attenti, a quanto pare.