È stato durante l’intervista a Lucia Beltrame Menini che siamo venuti a conoscenza di una canzone, inedita, scritta da Pietro Moretti, Caporale della 117° compagnia. Composta sul Carso, se l’era portata con sé, di ritorno a casa in licenza.

 

«Era un dì di settembre cuando il Capitano disse ad alta voce al fronte dobbiamo andar/Era di notte, quando la sveglia quando la sveglia sentii suonar, allora con gioia tutti assieme abbasso l’Austria si udì gridar (…)/Dopo grandi sforzi contro a tal nemico e con un sol ferito trincee conquistan/Ora son qui sempre allegro, sempre allegro alla difesa del mio Re e tutti assieme inalto i quori gridian eviva il Re».

 

In queste strofe si concentra un mondo, quello della trincea, in cui i soldati semplici, i fanti, sono i protagonisti. Eppure dalle sue parole non emerge la tragicità di quel luogo, divenuto il simbolo di una guerra nuova, stazionaria, logora. Al contrario, Pietro sembra incitare gli animi, sollevarli dalla cruda realtà, per un fine ben più alto della propria vita: la difesa della Patria. La madre per la quale si può sacrificare ogni cosa, anche se stessi.

La «musica da guerra», composta dai soldati come Pietro, oppure dai propagandisti di guerra, aveva un duplice scopo: da un lato sublimare la tragedia che si stava  vivendo, esorcizzare la paura della morte; dall’altro creare un senso di appartenenza al gruppo. In modo diverso si riproponeva la funzione dei «giornali di trincea». Il ricorso poi al genere di musica popolare era un metodo efficace per coinvolgere le masse dei soldati, consolandoli.

La musica li «riporta a casa». Si rivela quindi «un mezzo formidabile per confermare la propria identità, per sentirsi di nuovo piantati sulle proprie radici, allacciati alla propria terra, al lavoro, alla famiglia, agli affetti». Un aspetto significativo per i soldati di fanteria, quelli maggiormente esposti al pericolo. Quelli che dopotutto formavano gran parte dell’esercito. «Secondo alcune stime i lavoratori agricoli fornirono 2.600.000 uomini, pari al 45% del totale dei richiamati», sottolinea lo storico Gibelli.

Proprio questi uomini, che avevano sempre visto con diffidenza il mondo urbano e le istituzioni statali, come anche la guerra, vista come flagello al pari di una carestia, erano ora chiamati a combattere in prima linea, in nome di un ideale a loro sconosciuto, la Patria, tanto caro invece ai loro ufficiali. Eppure, il sacrificio paziente e la rassegnata sottomissione che caratterizzava i lavoratori della terra si sarebbero rivelati per la retorica di allora gli ingredienti di un modello da seguire. E nei testi cantati al fronte, quelli più celebri come Sul ponte di Bassano, Bandiera nera, Sul cappello, si riscontra proprio questa ambivalenza: lo spirito di rassegnazione accompagnato al rispetto del dovere militare.

A ben vedere però alcuni canti si allontano dalla retorica e riescono a restituire un quadro più veritiero della dura vita del soldato.

«Monte Nero, Monte Nero/ traditor della vita mia/ ho lasciato la mamma mia / per venirti a conquistà/ per venirti a conquistare/ abbiam perduto molti compagni/ tutti giovani sui vent’anni/ la sua vita non torna più/ colonnello che piangeva/ nel veder tanto macello/ fatti coraggio alpino bello/ che l’onore sarà per te.».

Come la famosa Ta-pum, racconta «un dolente o lucido sprofondare nella sorte del soldato e un colloquio con la morte».

Ancora più schietti risultano le parole di quei canti a lungo censurati e rimossi.

«O Gorizia tu sei maledetta/ tanti cuori son senza coscienza/ dolorosa mi fu la partenza e per tanti ritorno non fu/ o vigliacchi voi che ve ne state/ con le mogli sui letti di lana/ distruttori di carne umana/ questa guerra ci insegna a pugnar/ traditori signori ufficiali/ che la guerra l’avete voluta/ scannatori di carne venduta/ e rovina della gioventù».

La memoria purtroppo ha spesso sviato dalla atrocità della guerra in trincea, soprattutto nel ventennio fascista. Le canzoni che ebbero maggiore risonanza furono infatti quelle degli alpini, dove risaltava lo spirito di gruppo, omogeneo e coeso, del plotone. «Il testamento del capitano» è il testo che rappresenta meglio di tutti questo aspetto. Dopo la seconda guerra mondiale, dove i canti alpini furono ripresi dalla Resistenza, si deve attendere la metà degli anni Cinquanta per un nuovo sviluppo della musica popolare. Su questo filone negli anni Sessanta vengono recuperati i canti sovversivi, con il fine di presentare una memoria più vera e meno «celebrativa» della Grande guerra. Solo gli anni Ottanta, però, vedono la pubblicazione del più approfondito lavoro sul patrimonio musicale del Quindicidiciotto, da parte di Savona e Straniero. A fianco agli studi critici ci sono le produzioni discografiche che mostrano un nuovo recupero delle canzoni della guerra,  raggiungendo l’apice con la pubblicazione di «Quel lungo treno» da parte del cantautore veronese Massimo Bubola nel 2005 e del più recente «Testamento del Capitano» (2014). «Una tappa importante», come l’ha definita il nostro concittadino, «di rivisitazione e riscoperta delle radici musicali e letterarie del folk di area lombardo-triveneta», in una visione individuale del tutto originale.

«Molti di questi brani li conoscevo fin dalla più tenera età, sono stati il mio primo approccio con la canzone, li cantavo con mio nonno, con mio padre, coi miei zii. Tante volte mi è stato chiesto perché, negli anni, avessi io stesso scritto tante canzoni sulla guerra e in particolare sulla Prima Guerra Mondiale; riflettendo ho capito che mi è rimasto dentro una sorta di imprinting a partire da queste esperienze infantili, da questo primo approccio alla musica popolare. La mia prima canzone connessa con questa tematica fu Andrea, che poi cantò Fabrizio De André.

Come ha scritto Franzina, la Grande guerra «fu il luogo dei luoghi della memoria nazionale in musica», e proprio la sua memoria scritta nelle canzoni, in tutte le sue sfaccettature, deve essere tramandata.

 

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