È stato un importante teologo e filosofo veronese, amico di Paolo VI e maestro di Benedetto XVI, apprezzato anche dall’attuale papa che aveva iniziato il dottorato proprio su di lui. Romano Guardini sarà celebrato quest’anno, a cinquant’anni dalla sua morte, con una mostra itinerante organizzata dall’associazione Rivela che ci svela particolari inediti sulla sua vita e sul suo pensiero.

«Romano Guardini è stato un filosofo, un teologo e un pensatore veramente eclettico. Si è interessato a tantissimi argomenti esponendo il proprio pensiero su diverse problematiche importanti tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso». Lo descrive così Giovanni Bresadola, docente di storia contemporanea all’Istituto Universitario Salesiano di Venezia e curatore della mostra dell’associazione Rivela Un Maestro nascosto nel tempo.

Quest’anno ricorrono i 50 anni dalla sua morte e, per l’occasione, Verona lo celebrerà con una mostra itinerante che è stata presentata al meeting di Rimini il 19 agosto. Farà tappa poi a Isola Vicentina nella villa di famiglia per concludersi a Monaco di Baviera dove Guardini visse gran parte della sua vita, fino alla morte. Nella città scaligera arriverà probabilmente a fine ottobre dove troverà una possibile collocazione nell’ex chiesa di San Pietro in Archivolto. Ma perché è così importante Guardini? Sono molti coloro che lo hanno preso come punto di riferimento: i pontefici Paolo VI, Benedetto XVI, Francesco, ma anche molti intellettuali e perfino i ragazzi della Rosa Bianca, un gruppo di studenti cristiani che si oppose al nazismo. «Tra le cose che ne fanno un pensatore di grande rilievo e attualità – continua Bresadola – c’è innanzitutto il fatto che è un uomo capace di dare ragione concreta della sua fede, quindi fa venir meno il dualismo tra fede cristiana e vita. In lui sono radicati sia l’uno che l’altra. Poi, ha una visione unitaria, totale della realtà pur non essendo un pensatore sistematico».

Nato da una famiglia agiata di commercianti italiani, visse in Germania dove studiò ed entrò in seminario nel 1908. La sua attività accademica iniziò nel 1920 ma si interruppe quando entrò in un movimento giovanile cattolico che anticipò di quasi mezzo secolo alcuni degli sviluppi del concilio Vaticano II. Nel 1923 prese la cattedra di teologia cattolica riscuotendo enorme successo anche fuori dall’ambiente universitario di Berlino. Nel 1939 dovette però abbandonarla su ordine del regime. La riprese dopo la guerra, ma a Tubinga, poi a Monaco dove insegnò fino al 1963. Paolo VI gli propose anche la nomina a cardinale, che rifiutò. Morì nel 1968.

«Il centro del suo pensiero – riferisce Bresadola – è sempre stata la persona umana, che definisce il “vivente concreto”. Il suo caposaldo è la teoria dell’opposizione polare, cioè l’idea che l’uomo sia formato da opposti che non sono tra di loro mediabili ma che devono trovare nell’ambito della vita l’equilibrio. Questi opposti vedono l’uomo vivere in continua attenzione, da cui ne deriva uno degli stati d’animo più importanti di Guardini: la malinconia, una dimensione esistenziale tipica dell’uomo perché è un essere finito che ha sete di infinito che è costretto a ripiegare sulla propria interiorità. Altro elemento cardine della vita di Guardini – continua – è il percepire il cristianesimo non come una teoria teologica o come una serie di norme morali, ma come un incontro, come l’esperienza di un grande amore. Per il cristianesimo Cristo è un incontro che dura tutta la vita». Il teologo e filosofo veronese è stato anche un amante della musica, della pittura, delle opere di Dante e di Dostoevskij, oltre che un fotografo e un disegnatore straordinario. Per lui «l’arte permette di guardare la realtà con gli occhi del cuore». «È proprio questo l’obiettivo di Guardini – conclude Bresadola – insegnare all’uomo a guardare con occhi nuovi per scoprire all’interno della realtà il mistero del cristianesimo».