Un frigorifero buttato con ancora la confezione dei tortellini infilata tra i ripiani. Almeno 20 anni di immondizie sono lì, a brutalizzare senza appello il nostro sguardo. Un’indecente «glassatura di rifiuti» copre il cuore della Spluga Ca’ dell’Ora a Moruri, nel comune di Verona. Nessuno ha fatto niente. Solo gli speleologi veronesi, unici testimoni di quell’oscurità violata dalla negligenza collettiva, scendono a fare ricognizioni, censimenti della vergogna di tutti. Una situazione gravissima che, in un territorio carsico come la Lessinia, non è la prima né la sola.

I BUSI SONO SEMPRE stati lì, sparsi per l’altopiano, così profondi da garantire impunità perpetue, silenzi costanti, redenzioni immeritate. Erano altri tempi, non c’era la sensibilità di oggi e neppure i mezzi per normalizzare operazioni e “fastidi” come quelli degli smaltimenti agricoli e domestici. Da metà degli anni Settanta in poi, ci dicono le voci più antiche della Commissione speleologica veronese, sono almeno una ventina le cavità della Lessinia (quelle note, ovviamente) che si sono trasformate in immondezzai naturali per coscienze frettolose. «Era uno spettacolo». Bruno Pellegrini, presidente della Commissione speleologica di Verona, non riesce a dire altro della Spluga Ca’ dell’Ora a Moruri che lui ha visto prima, attorno al 1968, quando si poteva guardare ancora il bellissimo cono di detriti. Era «neta» e non il cassonetto approssimato dall’indecenza che è oggi. «Pneumatici, pesticidi, vernici, batterie per auto, olio motore, combustibili, medicinali veterinari, Eternit, biciclette, ombrelli, sedili di auto, stufe, carcasse di cani e daini fresche, montagne di ossa meno recenti»: questo il desolante inventario che hanno fatto, scesi nel buco di una quarantina di metri, domenica 17 febbraio alcuni speleologi del GAM di Verona (Gruppo amici della montagna) e del Gruppo Grotte Falchi. «È stata una sorta di ricognizione per documentare la situazione della cavità» spiega Francesco Bellamoli, presidente del GAM. 

La pubblicazione delle foto sui social ha risvegliato lo sconcerto di tanti «Ci hanno contattato molte persone, tra loro anche alcuni residenti della zona si sono resi disponibili ad aiutare per pulirla». Ma la situazione di Ca’ dell’Ora non è nuova e non è certo un unicum. Lo si sa da anni, oltre a qualche sparuto articolo nella stampa locale, c’è, come prova, una specie di prontuario degli speleologi redatto nel 2006 da Andrea Ceradini (Gruppo Attività Speleologica Veronese) e da Marco Scarazzato (Gruppo Grotte Falchi Verona). Un canovaccio per le discese successive dei colleghi che offre «un’analisi visiva» del sottosuolo violato. «Al fondo del pozzo si cammina su un crepitante strato di ossa di tacchino (la sensazione è da film dell’orrore)» questa era, nella descrizione che hanno riportato i due speleologi, la Spluga del Figarol a Cerna nel 2005. «Un incubo, la piramide di carcasse bovine già alta nel 1980 ora praticamente sta uscendo» siamo a Spigola della Canova a San Rocco, nel 2004.

Basta sfogliare questo atlante informale dei disastri attuati con la connivenza del buio (Fenomeni di inquinamento nelle grotte dei Lessini e del Baldo) per rimanere senza fiato. Anche il lato Monte Baldo non è immune. L’«inquinamento gravissimo» della Grotta dei Bruschi a Prada dove nel 2003 Ceradini e Scarazzato hanno rilevato che «un tubo di scarico convoglia nella cavità acqua di fognatura dal sovrastante condominio» e via così, di liquami e orrori.

IN TANTI ANNI, NESSUNO, sotto il profilo legale si è mosso, le discariche nascoste esistono e, anche se oggi sono meno “attive”, resistono. Senza una denuncia formale, non può partire la macchina delle responsabilità. Il sequestro, da solo, non è la soluzione, una rete attorno alla grotta non cambia la situazione dell’acqua, il suo destino inquinato.

Gli speleologici ormai da tempo hanno iniziato a portare avanti operazioni di pulizia in quel sottosuolo così vilipeso. Weekend regalati alla collettività, corde e bidoni per tirare su anni di sporcizie e, in collaborazione con i Comuni locali, smaltirle come prevede la legge. Con pazienza hanno ripristinato l’ambiente carsico originario di almeno una quindicina di cavità venete. Ma per la stratificazione di immondizie di Moruri non è sufficiente la buona volontà. 

I volumi e la tipologia tossica dei rifiuti (c’è anche amianto, pesticidi e liquidi industriali vecchi di decenni) richiedono un intervento strutturato, di concerto con il Comune di Verona. Il risultato documentale della recente visita a Cà dell’Ora sarà, e deve essere, strumentale per muovere una reazione e chiedere all’assessorato all’ambiente di Verona, di avviare, oltre al supporto logistico per il risanamento, anche perizie scientifiche. Se quell’architettura di rifiuti rimane dov’è, le conseguenze le vedremo tutti, anzi «le berremo tutti» chiarisce Giovanbattista Sauro della Commissione speleologica veronese. «Il “metabolismo” delle grotte è diverso da quello dell’ambiente esterno, è molto più lento con conseguenze di entità importante anche nell’arco di diverse decine di anni».

Se le sostanze tossiche incontrano le falde acquifere, il discorso assume connotati drammatici che riguarda no tutti, risorgive di  pianura comprese. Anche perché «niente e nessuno può risciacquare una falda acquifera sotterranea» si legge, con un certo terrore, nel volume L’acqua che berremo della Federazione Speleologica Veneta. Non serve, o forse invece sì, creare similitudini rapide con quello che accade oggi tra i Pfas e gli esiti che comportano in termini di salute. Basta una frase che si appella più al senso di sopravvivenza che all’etica, sempre così straziata dalle interpretazioni di comodo. 

«Quello che butti, prima o poi te lo bevi», riassumono quasi in coro questi speleologi che usano il loro tempo libero per tutelare la fisionomia del mosaico carsico. Guadagnandosi l’accesso a quell’oscurità silenziosa, solo loro si possono confrontare con la sciatteria di tante coscienze che, non viste e mai punite, hanno imbrattato il cuore profondo della terra di tutti.