Luca Zaia

L’avevano accostato a Zorro, nel 2010, quando si era insediato da qualche giorno a Palazzo Balbi. Non solo perché a cavallo ci va davvero, ma anche perché prometteva azioni da fuoriclasse. Dal mondo delle discoteche dove conobbe la moglie dai lunghi capelli rossi, Luca Zaia ha macinato, uno scalino dopo l’altro, il suo cursus honorum accarezzato dal cielo padano. A trent’anni è stato il più giovane presidente della provincia in Italia. A quarant’anni è diventato Ministro dell’agricoltura nella quarta era Berlusconi. In primavera, il leghista che non urla mai ne farà cinquanta. Giusto in tempo per le politiche.

di Miryam Scandola

MAI PERSONALIZZARE un referendum, metteva in guardia con la sua recente biografia Renzi. Ma Zaia, incurante, l’ha fatto lo stesso. E la storia che ha tradito l’ex premier, ha abbracciato con un passionale plebiscito, invece, il Presidente del Veneto. Il giubilo post referendario farà tornare di moda i fazzoletti verdi? Se lo chiedono in molti, ma Zaia glissa e promette semplicemente «un Big Ben» dirompente e veloce. Alcuni lo vorrebbero come squillante alternativa alle elezioni politiche. Altri affidano a lui la speranza di un nordismo che la Lega ha dimenticato per strada più o meno dall’era salviniana. Lui  è contro «la bulimia di incarichi» e alla domanda della sua candidatura alle politiche risponde, serafico, che il Veneto gli basta e avanza. Ha creato una Consulta ad hoc per aiutare la delegazione che negozierà l’autonomia a Roma. Sul tavolo 23 competenze che dovrebbero fare della nostra regione una “Bolzano due”, e il Presidente le vuole tutte. Quando gli si chiede se si aspettava un consenso così esteso al voto del 22 ottobre, risponde gesticolando con un fervore che visita di tanto in tanto, ma sempre con attenzione, «alle urne ci sarebbero andati molto più di 2 milioni di veneti, se non avesse piovuto». Governatore dal 13 aprile del 2010, benedetto dal trionfo del 2015 e da quel 50.08% che gli hanno invidiato in tanti, conferma che non c’è nessuna crisi del settimo anno con la sua Regione. Anzi.

NON URLA MAI Zaia. È la versione posata di Salvini. Se il leader del Carroccio va di maglieria più o meno casual, lui sceglie quasi sempre il gessato. Non dimentica mai la brillantina sui capelli, eterno segno del suo essere la variante ammodo di ogni altra anima gridante della Lega. «Fa politica con la stessa tecnica e la stessa tenacia con cui faceva il pierre della discoteca Manhattan: dare del tu a tutti, parlare con tutti, parlare di tutto» recita la fortunata intuizione di Aldo Cazzullo. E, infatti, ha il sorriso facile pure con i giornalisti. D’altronde «i nemici è meglio farseli amici» ammetteva qualche mese fa davanti ad una platea di cronisti, una delle tante volte che venne a Verona per sostenere la campagna elettorale di Sboarina. «Zaia è un curioso fenomeno di comunicatore, di ambizioso testimonial di leghismo buono», così lo ritraevano i giornali all’indomani del suo approdo a Palazzo Balbi. Il «leghista furbo», l’hanno ribattezzato, invece, altri, tra cui un Flavio Tosi ancora ferito dalle regionali del 2015. In tanti lo definiscono  “a basso potenziale”. Un volto “rassicurante” impegnato a dire a gran voce che non è partita nessuna battaglia per la leadership nei perimetri sempre più friabili del Carroccio. «Resterò in Veneto la storia ha dedicato a me il compito di scrivere questa pagina».

CLASSE 1968, originario di Treviso, ha fatto un po’ di tutto: dal cameriere all’uomo delle pulizie ma anche l’istruttore di equitazione (la sua presenza è ormai cosa scontata a Fieracavalli, anno dopo anno) e, appunto, il pierre in discoteca. Ama con trasporto il dialetto veneto, al cui lessico spesso concede sentite deroghe nei discorsi importanti, nelle interviste, nazionali o locali che siano. Agricoltura e territorio sono stati i suoi temi e anche, probabilmente, la chiave della sua carriera politica. Con in tasca una laurea in Scienza della Produzione animale, inizia come consigliere comunale a Godena di Sant’Urbano, poi diventa, nel 1995, Assessore all’agricoltura nel consiglio provinciale di Treviso. Appena trentenne ne diventa presidente fino al 2005. Poi approda direttamente alla vicepresidenza della giunta regionale. Sono i tempi di Giancarlo Galan e Zaia si destreggia nel fitto panorama di deleghe che gli vengono attribuite: dal turismo, all’agricoltura, passando per lo sviluppo montano e l’identità veneta. Solo tre anni dopo arriva a Roma, come ministro dell’Agricoltura. È lui a presiedere nel 2009 a Castelbrando di Cison di Valmarino (in provincia di Treviso) il primo G8 agricolo, dove tra l’altro è stato affrontato il tema della fame nel mondo. Qualche tempo prima, appena diventato ministro, aveva fatto togliere dallo studio le foto dei suoi predecessori al Dicastero. «Molti sono già morti – disse –. L’agricoltura ha bisogno di futuro. Metterò le foto dei giovani che si occupano di produzioni di punta». Oggi, da sette anni presidente della Regione è, forse, il vate più credibile di un nordismo soffocato. E così, mentre Salvini cerca di mettere la coperta verde della Lega un po’ su tutto il territorio nazionale, strattonandola, non senza fatica, anche al Sud, (l’ultimo viaggio in Sicilia del leader insegna) Zaia, ancora trionfante per l’esito del referendum, rispolvera il tema sempreverde dello statuto speciale. «È un impegno morale per me». Un modo neanche troppo sottile per emanciparsi dal progetto nazionale del suo segretario. In tanti fanno “no” con la testa. Le ambizioni del governatore sembrano rimanere circoscritte nei perimetri della Regione, anche perché tentare la volata alle politiche non è così semplice. L’esilio dai lidi leghisti è sempre dietro l’angolo e si consuma in contumacia, come l’esempio di Tosi ricorda.

Una cosa è certa: Zaia non è stato l’araldo di un voto inutile. Il dato delle urne del 22 ottobre chiarisce ancora di più che il Carroccio è un compendio di anime, non certo riducibili alle sole istanze salviniane. I veneti hanno dimostrato di avere molta fiducia in Zaia, ma sempre meno nel partito che l’ha inventato.