epa03493399 A nurse takes a blood sample during a free HIV test in Tegucigalpa, Honduras, 01 December 2012. The Acquired Immune Deficiency Syndrome (AIDS) is a disease caused by a virus called Human Immunodeficiency Virus (HIV). The illness alters the immune system, making people much more vulnerable to infections and diseases. World AIDS Day is annually celebrated on 01 December. EPA/GUSTAVO AMADOR

Il prossimo 1 dicembre ricorre la giornata mondiale per la lotta all’AIDS. Un tema molto delicato per il quale abbiamo sentito il parere del dottor Massimiliano Lanzafame, che nel reparto malattie infettive dell’ospedale di Borgo Roma si occupa, coadiuvato da un’equipe medica, di diagnosi e terapia.

Parlare di AIDS significa affrontare un problema che riguarda, secondo i dati, circa 34 milioni di persone nel mondo. Il Centro Operativo Aids, nato intorno al 1980, ha stimato che nel 2010 in Italia il numero di persone affette dal virus dell’HIV, l’agente patogeno responsabile della malattia, si collocava in una quantità compresa tra 140mila e 160mila. A questo proposito il dottor Massimiliano Lanzafame, ci aiuta ad approfondire una tematica attuale e ancora troppo sottovalutata.

Dottor Lanzafame, a che punto sono le ricerche sull’AIDS?

A partire dagli anni Ottanta, momento di inizio dell’epidemia, fino ad oggi, si è verificata una drastica riduzione della mortalità grazie alla scoperta e all’intervento della cosiddetta terapia antiretrovirale, presente dal 1996. La terapia, denominata HAART dall’acronimo inglese Highly Active Antiretroviral Therapy (terapia antiretrovirale altamente attiva, ndr) si basa sull’associazione di tre farmaci che hanno radicalmente ridotto la mortalità. Secondo gli ultimi studi, questa particolare evoluzione in campo medico è stata notevole dal momento che ha permesso a una persona sieropositiva, (è sieropositivo chi risulta portatore del virus dell’AIDS, ndr) di vivere tanto a lungo quanto una sieronegativa. Se da un lato l’aspettativa di vita del malato è aumentata di 40 anni, dall’altro bisogna tenere conto che chi è affetto da AIDS convive con una patologia che causa una serie di problematiche fisiche e psicologiche notevoli. La persona sieropositiva presenta un invecchiamento biologico più precoce rispetto a un sieronegativo, e si manifestano patologie che si creano in parte per il fatto di aver contratto il virus, in parte perché l’uso cronico delle terapie è associato a effetti collaterali a lungo termine.

Dottore, ci spieghi. Quali sono le modalità di trasmissione dell’AIDS?

Mentre negli anni ’90 la principale modalità di trasmissione era costituita dall’uso endovenoso di droghe da parte di tossicodipendenti, dal 2010 l’80% dei casi riguarda la trasmissione sessuale non protetta. Per conformazione anatomica, la donna è più facilmente esposta a contrarre il virus, mentre l’uomo è più protetto. Se da un lato il sesso maschile facilmente lo trasmette, infatti nei rapporti omosessuali tra uomini c’è il rischio di contrarre la malattia, dall’altro difficilmente lo acquisisce, quando si trova ad avere rapporti sessuali con donne. La saliva, le feci, le urine, le lacrime e il sudore, non sono fattori di trasmissione dell’HIV, mentre il sangue lo è. L’infezione da HIV presenta tre fasi, la prima delle quali è definita “acuta”, quando il virus entra in conflitto con il sistema immunitario. Successivamente si raggiunge una fase di equilibrio che può durare anni, finché a un certo punto il sistema immunitario va in esaurimento, e il virus prende il sopravvento. 

Nell’ultimo stadio la sindrome inizia a manifestarsi con infezioni opportunistiche (infezioni causate da patogeni a causa di un sistema immunitario compromesso, ndr), e in questo caso si parla di immunodeficienza, quindi di AIDS.

Qual è il modo più efficace  per impedirne la trasmissione?

Il modo più efficace per impedirla è quello di individuare i pazienti in fase sintomatica e curarli quando il virus si trova al primo stadio, perché è il momento in cui si risulta maggiormente infettivi. Purtroppo uno dei problemi che ci troviamo a dover fronteggiare è il cosiddetto paziente “late presenter”, cioè persone che giungono tardivamente alla diagnosi di sieropositività. La storia dell’infezione da HIV è molto lunga, e prima di giungere alla fase tardiva ci vuole qualche anno prima che la malattia evolva in una fase sintomatica. Esiste quindi un largo margine di tempo per poter fare la diagnosi di Aids, dal momento che il paziente si infetta molto prima di ammalarsi.Un riscontro tardivo di questo genere non si dovrebbe verificare, e un modo efficace per evitarlo è quello di fare i test preventivi, per andare a scovare chi presenta il virus e curarlo, in modo da prevenire l’insorgere di nuove infezioni. Bisognerebbe estendere la pratica del test e renderlo accessibile a tutti, andando oltre la paura e il pregiudizio. Il nostro ambulatorio offre un sistema di screening gratuito e anonimo, e da tre anni a questa parte per facilitare l’accesso abbiamo affiancato al test classico, ovvero il prelievo di sangue, il test rapido, che dà una risposta immediata.

Cosa manca di più nel 2013?

Sicuramente c’è bisogno di una maggiore informazione. Alcune associazioni si stanno occupando di questo, cercando di riattivare un canale ormai debole che deve rimanere attivo. Mi piacerebbe che il primo dicembre, la Giornata Mondiale di lotta all’AIDS, durasse 365 giorni.

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