Ogni 3,2 secondi un anziano scopre di aver a che fare con la demenza. Il Paese invecchia, la ricerca scientifica prosegue. Nel frattempo ci sono realtà, come l’associazione Alzheimer Verona, che operano quotidianamente a tutela dei malati e dei familiari.

Non esiste ancora una cura per fermare il decorso dell’Alzheimer. E a guardare i numeri il panorama che si prospetta è preoccupante. Così tra le righe del Rapporto mondiale della Federazione Alzheimer a rappresentare, per l’Italia, l’Adi – Alzheimer’s Disease International. Il documento fotografa l’oggi e, a lungo termine, affronta vari aspetti della questione: incidenza della patologia, costi economici e sociali, strategie da mettere in campo, aspetti legislativi, risposte che possono arrivare dalla ricerca scientifica.

Secondo il Rapporto, nel mondo si contano 46,8 milioni di individui che convivono con una forma di demenza, delle quali l’Alzheimer rappresenta il 50-60%. Cifra già rilevante di per sé e destinata quasi a raddoppiare ogni venti anni, fino a raggiungere 74,7 milioni di persone nel 2030 e 131,5 milioni nel 2050. Con la popolazione che invecchia, si registrano 9,9 milioni di nuovi casi di demenza l’anno: come a dire che, ogni 3,2 secondi, un anziano scopre di avere a che fare con la demenza. Con tutte le problematiche che ne conseguono. Anche in termini di spese: a livello globale, ammontano a 818 miliardi di dollari, ma in tre anni ci si aspetta raggiungeranno i mille miliardi.

Cosa fa, nel frattempo, la scienza per contrastare questa grave patologia neurologica che colpisce le cellule cerebrali causando declino delle funzioni cognitive, deterioramento della personalità, stravolgimento della vita di relazione?

Fortunatamente prosegue. Ed è dell’Ateneo veronese la scoperta, finanziata dall’Associazione italiana sclerosi multipla e pubblicata su Nature Medicine, che attribuisce ai globuli bianchi un ruolo chiave nell’induzione della malattia e nel declino cognitivo. Con un passaggio ulteriore, evidenzia la docente di Patologia generale del dipartimento di Patologia e Diagnostica dell’Università di Verona Gabriela Constantin, alla guida del team di ricercatori: considerare nell’integrina LFA-1 un possibile target farmacologico.

Piccoli passi in avanti, che fanno ben sperare. Per esempio quelli che compie Alzheimer Verona. Altra soddisfazione, tutta scaligera, è la missione portata avanti dal 1998 dai volontari dell’associazione nel tutelare i diritti dei malati e delle loro famiglie per migliorare la qualità assistenziale e favorire il lavoro in rete. A tal proposito, annuncia la presidente Maria Grazia Ferrari, «abbiamo organizzato il convegno “Alzheimer 100 anni dopo: mai più soli nel futuro” che si terrà alla Gran Guardia il prossimo 24 ottobre». Appuntamento rivolto ai professionisti: medici, assistenti sanitari, psicologi, educatori, fisioterapisti, dietisti. E occasione per fare il punto della situazione.

In risposta a un sistema sanitario che privilegia i tagli e talvolta non considera gli anziani, la risposta è nella professionalità. «I malati non possono cambiare, il nostro atteggiamento sì» dice, ricordando che nei venti centri gestiti dall’associazione «vengono privilegiati buonumore, senso dell’umorismo, gratificazione. È ciò di cui le persone malate hanno bisogno».

A ciascuno il proprio ruolo: i professionisti della salute, opportunamente formati, possono modificare i modelli d’intervento. Le famiglie, prosegue, «devono imparare le modalità di comunicazione corrette per vivere la quotidianità a fianco dell’ammalato, diventando bravi psicologi della comunicazione». A supporto, l’associazione organizza gruppi di auto mutuo aiuto per i familiari e laboratori della memoria per i pazienti.

L’impegno, non nega Ferrari, è gravoso: pure in termini di economia e fatica. Ma i riscontri positivi ci sono. La parola d’ordine è «assistenza continua» precisa: «Un accompagnamento nel fare cose quali vestirsi, camminare, preparare il caffè, scrivere. Gesti che permettono di mantenere le capacità residue, nei luoghi di casa, dove i riferimenti e i ricordi si mantengono. Dobbiamo lavorare sulle emozioni». I malati si trovano in gruppi ristretti, di non più di dieci persone: «Le attività sono divertenti: suonare, cantare, fare teatro… Fondamentale è la socializzazione e sentirsi parte di una comunità: il fare è contagioso. Non dobbiamo aver paura dell’Alzheimer». Se guidato dall’amore per l’essere umano nella sua globalità, meglio: in attesa di un farmaco risolutore contro la demenza, rimane la pillola migliore da somministrare. Senza controindicazioni.