Nelle ore concitate che vedono Obama costretto a firmare nuovi provvedimenti contro una Teheran che, qualche settimana prima di siglare l’accordo, si è data da fare con i missili balistici, Usa, Iran e Europa inneggiano alla “storica svolta” . Due giorni dopo la fine, o meglio l’alleggerimento delle sanzioni contro il paese, il mercato globale (e quello italiano) inizia a corteggiare il nuovo, affamato, acquirente.

Nel luglio 2015, dopo l’accordo sul nucleare, erano corsi per strada, persi nella felicità euforica che aveva il sapore di un inizio. “Una nuova era” per gli iraniani è cominciata ufficialmente sabato 16 gennaio. Da Vienna è arrivato l’annuncio che le sanzioni imposte alla Repubblica Islamica dell’Iran da Onu, Stati Uniti e Unione Europea, saranno progressivamente annullate. E quindi, tra le righe, cadono i muri di quella barriera insuperabile che avvolgeva il paese mediorientale. Ora, superato l’embargo del petrolio, gas e prodotti petrolchimici, le restrizioni sul commercio di oro, diamanti e metalli preziosi e il congelamento di 100 miliardi di dollari in fondi– che corrisponde a un terzo del PIL dello stato-  il paese può tornare a dialogare e operare sui mercati globali.

L’attesa, si sa, moltiplica il desiderio e il mercato di Teheran, forte del miglioramento della nuova congiuntura economica, non fa eccezione. Dalle auto ai frigoriferi, le grandi aziende nostrane si sono accorte della fame iraniana, tenuta pazientemente a freno dal 2010, e in questi mesi hanno spostato gli occhi sulla regione. Una delegazione di 370 imprenditori che rappresentano 180 piccole e medie aziende e 12 banche, sono giunti in visita nel paese lo scorso novembre, accompagnati dal viceministro allo sviluppo economico Carlo Calenda e i dirigenti di Confindustria, dell’Istituto del commercio estero (Ice), l’Associazione banche italiane e la Sace, cioè l’istituzione finanziaria che garantisce il credito per gli investimenti all’estero. Da una parte, dunque, un’Italia che cerca nuovi mercati, dall’altra un Iran che si apre a nuovi investitori.

Un interesse, quello della nostra penisola, sicuramente giustificato. In fin dei conti, il Belpaese, prima del 2010, condivideva con la Germania il podio di partner commerciale europeo dell’Iran. Gradino che, dopo i recenti avvenimenti, cerca, con una certa insistenza, di riprendersi. Le sanzioni, infatti hanno contribuito a far cambiare direzione al mercato iraniano, che in questi anni, per forza di cose, si è rivolto a paesi come Cina e Turchia.

40 milioni di euro nel 2018. Questa la favorevole ricaduta economica italiana che potrebbe accompagnare la fine del gelo tra la Persia e il mondo occidentale. Almeno, stando alle stime diffuse da Coldiretti e basate sui dati di Nomisma, che prevede un raddoppio, nei prossimi tre anni, delle esportazioni nel Paese per quanto riguarda il comparto dell’agroalimentare italiano.

“Una aspettativa giustificata – sostiene la Coldiretti – dal crescente appeal che gli stili occidentali suscitano nei consumatori iraniani soprattutto tra la classe media ed i giovani e anche dalla prossima apertura di nuovi ipermercati di stampo occidentale sul territorio iraniano. Lo stesso presidente Hassan Rouhani – conclude l’ente – ha annunciato che l’’Iran ha bisogno di investimenti stranieri pari a 30-50 miliardi di dollari all’anno per raggiungere il target di crescita dell’8%”.

L’Italia nella Repubblica Islamica esporta da sempre anche macchinari per il settore industriale e importa, principalmente, petrolio. L‘ interscambio tra i due paesi, prima delle sanzioni, aveva raggiunto il suo massimo storico nel 2011 con sette miliardi di euro, come riferisce la Camera di commercio italoiraniana. Poi c’è stata la grande bufera di provvedimenti occidentali e le stime sono crollate. L‘Ice (Istituto Nazionale per il Commercio Estero) ha registrato, per i primi mesi del 2015, un valore per l’import e l’export tra Roma e Teheran di 959 milioni. Ci vuole tempo, ma forse, neanche poi così tanto.