Dopo l’incidente che l’ha reso tetraplegico a 21 anni, Denny Zenari non ha pensato che ci fosse troppo poco cielo per dire domani. Ha preso i suoi ostacoli quotidiani e li ha trasfigurati in un’idea. Ha inventato insieme ad alcuni amici un sistema che fa dialogare tutti gli elettrodomestici e gli impianti di casa «con una lingua sola» senza l’affanno di infinite app. 

Foto di Giovanni Cobianchi

Sulla scrivania c’è il nuovo Google Home, che sguardi non allenati scambierebbero per quegli affari che profumano gli ambienti e, invece, è lo smart speaker appena arrivato in Italia. «Ehi Google, accendi la tv» e si apre una puntata di New Girl, così, in un attimo. Le luci illuminano ancora i nostri visi, ma Denny rimedia con un paio di frasi e il buio irrompe. Quasi ogni cosa nella sua taverna di Mizzole, poco fuori Verona, la può governare senza usare le mani. È il suo regno. «La mia chiesa emozionale. Anzi – ritratta subito – il mio centro emozionale, che non starei troppo sul religioso». Dentro c’è una stampante 3D in funzione, qualche amico perenne che si aggira e poi lui, con la sedia a rotelle, le mani che non può usare da quell’incidente in pista 9 anni fa. Qualche tempo dopo ha fatto un viaggio in Marocco, poi uno in Puglia con il treno «volevo guardare avanti, quello che avevo alle spalle lo sapevo già». «Viaggetti che mi hanno sferzato. Dopo che mi sono fatto male, mi sono lanciato nelle cose». Confessa, subito, quasi come premessa da non tradire, di una ragazza: «non sarei qui se non ci fosse stata anche lei». La sua vita oggi, che di anni ne ha 30, è divisa tra il lavoro come grafico alla cooperativa sociale Galileo e lo sviluppo del suo progetto che sta facendo crescere da tre anni insieme all’amico Francesco Albi. Nella squadra si è aggiunto poi anche il collega della cooperativa Stefano Scipioni, ingegnere informatico con all’attivo già numerose idee divenute innovative realtà nella provincia veronese, come LessiniaNet, Giano, LiveNet.

Foto di Giovanni Cobianchi

È domotica, niente di così nuovo, direte. Però, quello che Denny ha inventato insieme ai colleghi è, forse, la sua interpretazione più democratica. Il loro programma, in open source (a licenza libera, ndr), permette di far dialogare tutti gli strumenti: quindi se avete la smart tv di un certa marca e le telecamere per la videosorveglianza di un’altra o l’aspirapolvere “spaiato”, la bella notizia è che non serve impazzire con mille ausili e sterminate app. Il progetto nasce qualche anno fa ed è una sorta di Internet of Things inclusivo in tutto e per tutto. Tradotto: è una centralina, assolutamente non invasiva, che connette in rete riscaldamento, elettrodomestici, luci e l’intero concerto di apparecchi possibili, a prescindere dal brand. L’obiettivo è garantire la maggior autonomia a qualsiasi persona, ma in particolare, a chi ha una mobilità ridotta. Insomma, una tecnologia «che normalizza tutti» come ama precisare Denny. In questo, fondamentale il supporto della cooperativa Galileo specializzata in progettazione, assistenza e sviluppo di software, da sempre munita di «uno sguardo diverso». «Per una persona con disabilità le apparecchiature tecnologiche non hanno senso “isolate” ma sono utili solo se si dispone di un sistema unico che contenga tutte le funzioni di comunicazione ed autonomia di cui la persona necessita» perché «almeno a casa dobbiamo sentirci dei re, poi fuori, il mondo è un’altra storia». Con il sorriso, apre la chat di Telegram e ci fa vedere i messaggi che gli manda la sua casa grazie ad un altro segmento di funzionalità sviluppato con il team, «la casa ti parla: può ricordarti gli orari delle terapie, oppure avvisarti quando i medicinali stanno finendo». Si sprecano gli esempi, perché tutto quello che è attaccato ad una presa può essere manovrato dal sistema. «La gestione dei consumi, i pannelli solari, il termostato, l’irrigazione del giardino…Non me li ricordo tutti: sono tantissimi i nostri devices».

Foto di Giovanni Cobianchi

Alla vita saccheggiata dalla sfortuna che poteva essere, Denny Zenari ha fatto vincere la sua versione.  Nelle sue parole non c’è l’urgenza dei sognatori, né l’ansia di quelli che si consumano il futuro a furia di  progetti, c’è lui che non svela il nome del contenitore dove da anni butta fatica e passione, «perché è troppo presto». La chiama «centralina» finché non sarà rifinita e avrà il diritto di un battesimo ufficiale anche se, al momento, è già stata installata sei volte, per alcuni amici. Il suo coraggio Denny non lo dice, lo fa solo intuire nelle suture delle sue giornate spese a inventarsi un modo per non dover chiedere, o per farlo il meno possibile. Ci tiene che vengano citati i suoi compagni di avventura. «L’abbiamo fatto insieme» batte sul concetto perché non vuole prendersi tutta la torta del merito. Attaccato al muro della sua taverna c’è un draghetto di plastica con le fauci spalancate. A cosa serve?  «Lo usiamo per prendere le decisioni quando non siamo d’accordo». Si mette dentro il dito e se rimane intrappolato tra i denti della minuta creatura, hai perso. Non serve chiedergli se si è riconciliato con quello che gli è successo, perché Denny anticipa ogni domanda. «Non penso al passato, mi piace ora, adesso».

Foto di Giovanni Cobianchi – Stefano, Francesco e Denny al lavoro