I primi a ricordare sono stati loro. Reduci della guerra più orrenda che la storia potesse vivere. Integri, mutilati, pazzi. Tutti comunque memori di cose che nessuno può immaginare. Niente, proprio niente può solo avvicinare il nostro pensiero, la nostra mente, il nostro corpo a ciò che fu. Eppure qualcosa ci lega a quella guerra, lontana nel tempo. Ma ricordare cosa significa?

«La memoria non è solo un semplice magazzino. È piuttosto una complessa rete di attività, dove il passato viene costantemente ricostruito dai diversi apparati fisico-psichici dell’individuo nei termini del presente» (Rosenfield). La memoria, inoltre, ha una funzione sociale, utile per la coesione e per la definizione dei valori collettivi, pur divenendo talvolta campo e oggetto di conflitti fra i gruppi.

«Nell’individuo che ricorda, però, intervengono diversi meccanismi di difesa, depurazione, rimozione di momenti incresciosi, dolorosi, paurosi. Mentre a livello di comunità si verifica l’adesione collettiva a un modello interpretativo del passato che produce un’identità comune di riferimento. Sono dei filtri che non lasciano passare ciò che “offende” la maggioranza» (E. Novello).

«Bisogna dunque essere consapevoli della memoria e della soggettività di chi racconta e di quello che ci è stato tramandato, dai politici e dai media, che monopolizzano la storia per i loro fini» (De Luna). Soprattutto quando abbiamo sottomano un documento storico. Come disse Le Goff: «Il documento non costituisce materiale innocente ma esprime il potere esercitato dalla società del passato sulla memoria e sull’avvenire, è un prodotto della società che lo ha fabbricato secondo i rapporti di forza in essa vigenti. Il fatto ‘puro’ non esiste poiché esso è il risultato di un’elaborazione, di un’astrazione in cui interviene l‘elemento soggettivo».

Con questa consapevolezza la storiografia degli ultimi trent’anni si è focalizzata su una nuova tipologia di fonti: diari, lettere, … in altre parole, sulla storia degli ultimi. Storie di coloro che non hanno mai avuto “voce in capitolo”. A partire dalla Grande Guerra, quando molti dei fanti al fronte hanno imparato a scrivere. Spinti dalla necessità, o meglio, dalla disperazione.
Il teatro negli ultimi anni ha seguito proprio questa scia. Ha portato sul palcoscenico gli antieroi, le storie invisibili e locali. Il teatro infatti dà la possibilità di andare oltre i tabù che la memoria collettiva ha costruito. Oltre le mascherature e i condizionamenti culturali che la stessa civiltà si è data. «Per mezzo del lavoro teatrale, regista e attore cercano di trasformare il tabù in consapevolezza» (Czertok), all’interno di una situazione immaginaria di conflitto, quindi concretamente ludica, ma sinceramente reale.

E i modi sono tanti, come dimostrano le tante iniziative nate intorno a noi. A partire da Emilio Franzina, che da ormai vent’anni trasferisce sul palco lo schema della lezione di storia, svincolato da una compostezza, quella accademica. «Punto fondamentale è la credibilità dell’immediatezza del discorso. La sua efficacia». Come facevano i grandi maestri di un tempo, capaci di affascinare e conquistare, con le loro doti oratorie. Il tentativo, ci spiega, è di operare rispettando i canoni storici. L’unico vincolo, in questo tipo di spettacolo, sono proprio i «fatti» storici.
C’è anche chi racconta questi fatti in maniera ironica, «perché essi rimangano più impressi nella mente dello spettatore». Questa è l’intenzione della compagnia Franzi, nata nel 2003 a Verona e guidata da Stefano Modena. «Nei nostri spettacoli alterniamo momenti di comicità a momenti di intensità». Lo scopo è quello di «fare riflettere sugli errori del nostro passato», anche in modo provocatorio.

Come provocatorio è senz’altro Alessandro Anderloni quando porta in scena le ingiustizie subite dai soldati dai loro superiori, ne La Grande Guerra meschina. Dove al centro della narrazione c’è la vita reale e la sofferenza. Dove non c’è spazio assolutamente per gli aspetti positivi.
Non da ultimo La guerra di Arlecchino del regista Roberto Totola: una originale satira tragicomica acrobatica in cui il personaggio di Goldoni è «ingannato e portato dentro alla follia della guerra». Lui che rappresenta, nel suo fare buffo e al contempo innocente, soprattutto umano, la fascia più debole della società».
Come ha sottolineato l’attore Giacomo Rossetto, «il teatro è un mezzo potentissimo per raccontare la storia. E l’emozione è lo strumento che lo rende tale». Il teatro, in questa prospettiva, ha una funzione politica, non partitica. Una funzione civile. I linguaggi teatrali, e più in generale artistici, sono tanti, e devono mandare a casa lo spettatore con delle domande.

Lettera di un giovane soldato, Giulio Michetti

«Non credere che solo tu possa divertirti. Anch’io mi diverto un mondo qui al Teatro della guerra. Sì proprio un vero teatro. Gli artisti sarebbero i cannoni e gli spettatori noi soldati.
La rappresentazione incomincia all’alba e termina a notte inoltrata. Gli artisti ben disposti ai loro posti incominciano subito la loro parte. Ecco la cupa voce del basso che fa tremare le valli e i monti circostanti. Ecco due baritoni prendere la parola interrotta subito dalla voce più squillante dei tenori a cui fanno seguito altri tenori di bassa forza, i cani. La rappresentazione dura tutta la giornata alternandosi con duetti, quartetti, seietti e via di seguito e varie volte entra in azione anche il coro composto dalle coriste dalla lingua sciolta (le mitragliatrici) e dai coristi (i fucili). Ti dico che è una grande rappresentazione (alla quale però ti auguro di non assistere).

Io placidamente fumando una sigaretta e seduto al mio palchetto (la trincea) assisto a tale strana rappresentazione e spesso e volentieri prendo parte al coro. È poco che ho smesso di cantare e mi son messo a scrivere per farmi passare l’eccitazione di nervi.
Intanto si vede che al pubblico dell’altra parte la nostra rappresentazione non è andata a genio ed ogni tanto si sentono i loro fischi (o meglio quelle delle loro pallottole). Speriamo che per oggi non debba riprendere parte al coro, perché a dire il vero, mi secca un po’ perché si corre il rischio di perdere la Voce!»