Flavio Tosi

Il leader di Fare!, in vista delle prossime politiche del 2918, rilancia aderendo a un progetto politico, definito dai media la “quarta gamba” del centrodestra, in vista delle prossime politiche del 2018. Possibile pista romana per l’ex sindaco di Verona che confida di avere soltanto un sogno: tornare a Palazzo Barbieri da primo cittadino.

di Matteo Scolari

Tosi, innanzitutto come si sente in questo momento? Ora che non è più sindaco, i ritmi saranno cambiati.

I ritmi sono meno frenetici, ma non ho tanto tempo libero. Sono ancora presidente dell’Autostrada A4, seguo tuttora, e con molta attenzione, il Consiglio comunale. Inoltre, c’è la mia squadra, che con 10 anni di amicizia e di amministrazione a Verona si è consolidata sia a livello nazionale che a livello locale. Ci riuniamo periodicamente per rimanere compatti e lavorare in prospettiva: il prossimo anno ci saranno le elezioni politiche, l’anno successivo le europee, poi le regionali. E, infine, le comunali del 2022 che rimangono l’obiettivo principale.

Cosa le manca di più di Palazzo Barbieri?

Alcune persone con le quali si è instaurato un rapporto di amicizia personale, oltre che professionale, in tanti anni di lavoro.

Flashback: com’era nato l’amore per la Lega Nord e, più in generale, per la politica nei primi anni Novanta?

È nato in famiglia. Mio papà ha sempre amato la politica e la storia, in particolare quella contemporanea, e quindi in casa si parlava spesso di eventi politici italiani e internazionali. Quello per la Lega è nato da una condivisione di ideali: i leghisti avevano una visione federalista del paese che secondo me era, ed è, quella giusta.

Lei ha seguito tutta l’evoluzione del Carroccio: in cosa si differenzia la prima Lega “bossiana” dalla Lega di oggi?

La Lega ha sempre avuto alti e bassi: siamo passati più volte dal 10% al 4%, è una cosa a cui il partito è abituato. Questo sembra un momento buono, ma lo vedremo nelle prossime elezioni politiche. Quello che è cambiato è che prima la Lega si dedicava quasi esclusivamente al Nord, e quindi più ai temi di federalismo, secessione e indipendenza nelle sue varie sfumature. Salvini ha accantonato quei temi e si sta concentrando su un progetto nazionale di destra.

Riuscirà Salvini a realizzare il suo progetto politico?

Lo si vedrà dai fatti: tra pochi giorni ci sono le regionali siciliane, sarà interessante vedere quanti voti riuscirà a raccogliere la Lega in quella regione. Inoltre, aspettiamo le elezioni politiche del 2018: sarà lì che capiremo se questo progetto funzionerà o se – come dice Bossi – il partito deve rimanere ancorato al Nord.

Nel 2007 ha lasciato la carica di assessore regionale per diventare primo cittadino di Verona: una scelta che rientrava nei suoi progetti fin da giovane? 

Da giovane non lo avrei mai immaginato, ma nemmeno di diventare assessore regionale alla Sanità. La carica istituzionale di Venezia combinata a un’amministrazione uscente, quella di Paolo Zanotto – decisamente poco positiva -, ci ha portato ad accettare la sfida. Lanciammo quindi la mia candidatura a sindaco già nel settembre 2006 e sappiamo poi com’è andata.

Qual è stato il primo pensiero quando ha saputo di aver vinto?

Ero sicuro di vincere perché la percezione in città era quella, quindi non rimasi stupito. Il primo pensiero è stato quello della responsabilità nei confronti della mia Verona.

Nel 2012 la rielezione: che sapore ha il secondo mandato?

Sicuramente più bello, perché è stato più difficile. Non tanto dal punto di vista numerico, ma perché la gente ha deciso di ridarmi fiducia: al primo mandato la gente ti “prova”, al secondo ti premia per il lavoro svolto.

Tra coloro che la criticano c’è chi sostiene che lei abbia cambiato atteggiamento tra il primo e il secondo mandato, perdendo di vista, nel secondo turno, il focus su Verona. Cosa risponde?

Che sono balle. Basta verificare la mia presenza in Comune. Per dieci anni mi sono recato a Palazzo Barbieri tutti i giorni. Mi sono sempre mosso in giornata – anche quando andavo a Roma – per non lasciare nulla di incompiuto in ufficio e mi sono abituato a ritmi di lavoro molto intensi. Queste sono accuse strumentali e direi anche poco riscontrate.

Nel maggio 2014 è stato il politico più votato a Verona e provincia e il secondo più votato in regione, tuttavia ha rinunciato al Parlamento europeo: lo rifarebbe?

Sì. Il ruolo di sindaco è sicuramente il più affascinante e appagante, seppur il più pesante e impegnativo che ci possa essere.

Ad un certo punto, almeno dall’esterno, la percezione era quella che lei e Matteo Renzi steste giocando una partita alla pari sul piano politico nazionale. Poi Renzi ha preso il largo. Perché?

Con Roberto Maroni impostammo la partita in modo da presentare Flavio Tosi come candidato di centrodestra per la Lega anche a livello nazionale. Quando Maroni lasciò la segreteria del partito, nel 2014, si fece un patto (il famoso “patto del Pirellone”, ndr) tra me, Maroni e Salvini, secondo il quale Salvini avrebbe sostituito Maroni e io avrei ricoperto il ruolo di leader nazionale del partito. Sarebbe dovuta andare così, se non fosse che Salvini non rispettò il patto e, una volta divenuto segretario, decise anche di proporsi come leader nazionale.

Da lì la frattura e la sua fuoriuscita dalla Lega.

Sì, a partire da quella parola mancata i rapporti interni si sono rotti. Inoltre Salvini ha cominciato a stravolgere la Lega con supposizioni anti-europeiste e anti-euro, supposizioni che non ho mai praticato e mai praticherò: da lì la rottura definitiva e l’espulsione. Mi dispiace che in quel momento Maroni non abbia detto una parola.

Atteggiamento scorretto da parte di Matteo Salvini?

La mancanza di parola non può esistere, in politica come nel lavoro o negli affetti.

Senta, riassumere dieci anni di amministrazione è impossibile: quali sono state le soddisfazioni maggiori che ha avuto?

Rispetto alle altre città Verona ha fatto un salto incredibile dal punto di vista turistico e ne sono molto orgoglioso. Oltre a questo, il salto di qualità economico: Verona ha attratto fortissimi investimenti e non mi importa delle polemiche su Adigeo perché ritengo che sia il centro commerciale più bello che ci sia in Italia. Quando abbiamo cominciato, Verona Sud era una distesa di capannoni deserti e abbandonati, mentre ora è una realtà con uno sviluppo del tessuto urbanistico straordinario. E arriverà anche Ikea. Abbiamo reso la nostra città attrattiva dal punto di vista degli investimenti anche grazie ad un’amministrazione efficiente.

Un rammarico?

Il traforo: partimmo con la procedura, aggiudicammo la gara all’inizio del secondo mandato, ma il momento di crisi globale e delle banche non ha favorito lo sviluppo del progetto. Sboarina, a differenza nostra, lo ha già abbandonato: sarà l’obbiettivo di Flavio Tosi al prossimo giro.

Caso Giacino: com’è possibile che il sindaco di Verona non fosse a conoscenza delle attività illecite del vicesindaco?

L’affetto dei veronesi nei confronti del loro sindaco è indice del fatto che mi hanno creduto per quello che ho sempre pubblicamente affermato, ovvero che in quella vicenda non sono mai stato coinvolto, tant’è che non sono mai stato né indagato né sentito. Quella è stata una vicenda personale che ha riguardato Vito Giacino e un singolo imprenditore. Non cinquanta imprenditori. Naturalmente la questione non ha di certo fatto bene all’amministrazione, tuttavia ho sempre mantenuto un rapporto di amicizia con Vito: una persona può sbagliare e ritirarsi dalla politica, come ha fatto lui, ma dopo anni di collaborazione non si sputa in faccia alle persone e il rapporto di amicizia rimane. Lui ha sbagliato e sta pagando.

Rifarebbe la scelta di Patrizia Bisinella a candidata sindaco?

Sì. È una scelta che non mi ha fatto dormire la notte. Il desiderio, da parte mia e di tutti, sarebbe stato quello di potermi ricandidare, ma essendo impossibile bisognava trovare una soluzione. Patrizia ha accettato conscia della responsabilità che l’avrebbe aspettata e, soprattutto, della partita difficile e “cattiva” che avrebbe dovuto sostenere. Alla fine, ho avuto conferma della mia scelta quando Patrizia è arrivata al ballottaggio: se non fosse andata così, avrei capito di aver sbagliato candidato. Il problema del ballottaggio è stata la bassa affluenza: se fosse stata del 50% anziché del 40%, avremmo vinto noi.

Col senno di poi avrebbe presentato prima Patrizia ai veronesi? E secondo lei, in fase di ballottaggio, ha pesato molto il mancato sostegno del PD?

Fino all’ultimo c’è stata l’ipotesi del terzo mandato, quindi sarebbe stato comunque impossibile: Renzi ha tenuto aperta la possibilità fino a poche settimane prima dell’inizio della campagna elettorale. Per quanto riguarda i voti del PD al ballottaggio, è un dato non pervenuto, così come è successo per l’ultimo referendum sull’autonomia regionale: qualcuno ha votato per Patrizia, qualcuno per Sboarina, moltissimi non hanno votato, quindi direi che il ruolo del Partito Democratico in quel frangente è stato assolutamente irrilevante.

Negli ultimi tempi, anche tra i fedelissimi, sono stati in molti ad abbandonarla sul piano politico. Le fa male?

Non sono molti in realtà, perché della squadra dei venti consiglieri comunali e dei dieci assessori, la larghissima parte di questi sono ancora con Flavio Tosi. Come dicevo prima, sono sereno: so che in politica queste cose succedono e, semplicemente, da questi avvenimenti si possono trarre le conclusioni sulle persone che ci hanno affiancato. Io non esprimo giudizi, lascio che siano gli elettori a valutare.

Progetto della famosa “quarta gamba”. Cosa ci dobbiamo aspettare da questa nuova mossa politica?

Io spero che la cosa si concretizzi e penso che il centrodestra abbia interesse a farlo, a differenza del centrosinistra che sta litigando furiosamente e spaccandosi continuamente. Il centrodestra ha la possibilità di vincere alla grande le elezioni, ma per farlo non può schierare solo le forze di Forza Italia, ma deve allargare il fronte e mettere insieme un movimento che rappresenti il territorio e le liste civiche territoriali. Credo che Berlusconi abbia capito bene questa cosa, adesso dipende tutto dai singoli attori coinvolti: ci siamo incontrati da poco in provincia di Cuneo con molti di questi rappresentanti, adesso dipende tutto dall’intelligenza di ognuno a stare assieme e andare fino in fondo.

Ambisce a un posto da candidato Premier?

Io ambisco a rimanere in Comune a Verona. In questo momento sono il consigliere comunale più longevo della città e questa rimane la mia priorità. Se, nel frattempo, ci sarà una parentesi romana, lo valuterò con la squadra, ma la questione veronese rimane sopra a tutto il resto.