Il neosindaco Federico Sboarina le ha dedicato la vittoria. Con lei, stretta per mano, ha salito le scale di Palazzo Barbieri nel suo primo giorno con la fascia tricolore. Alessandra Canova racconta l’uomo che ha sposato due anni fa, il suo Federico.

di Francesco Barana

 

Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così… C’è un tocco di Paolo Conte a illuminare il ricordo: «Mi sono innamorata del Fede per quel suo mix di sfacciataggine e timidezza». Alessandra Canova, moglie del neosindaco Federico Sboarina, è una donna concreta e indipendente e sa che il fascino spesso si cela nei contrasti. Alessandra va a ritroso: «Ci siamo conosciuti in una vacanza con amici comuni dieci anni fa. Lui si dava da fare, era sempre al centro dell’attenzione, una personalità che emergeva. Mi colpì». Non che sia stato tutto facile, i grandi amori si nutrono spesso del sale del tormento: «Diciamo che il nostro rapporto è stata una lunga contrattazione (ride, ndr), alti e bassi, tira e molla, per tanti anni abbiamo fatto divertire molto i nostri amici. Poi ci siamo decisi e il 25 luglio del 2015, due anni fa esatti, ci siamo sposati e abbiamo trovato un bellissimo equilibrio».

Ora è la prima a rendersi conto che molto cambierà, in particolare nella quotidianità: «In tutta questa storia la “sfigata” sono io (ride, ndr), ho sempre amato la normalità e sempre detestato la popolarità, la visibilità. Anche adesso con il Fede sindaco ho ricominciato la vita normale, il mio lavoro, tuttavia mi rendo conto che d’ora in avanti posso perderci, posso perdere la qualità del tempo con mio marito, ma ne guadagnerà la città».

Alessandra spiega i motivi: «Vede, lui è una persona normale, perbene, onesta. Non ha il pelo sullo stomaco dei politici, questo mi rendo conto potrebbe rivelarsi un limite, per me è una virtù e credo soprattutto che diventerà anche la sua cifra pubblica, il suo punto di forza anche da sindaco». Alessandra, in questi anni, ha vissuto da vicino, da confidente, tutto il percorso politico di suo marito, dall’emarginazione politica del 2012 alla conquista di Palazzo Barbieri del 26 giugno scorso: «In questi anni abbiamo parlato tanto, per ore, di questo suo sogno. Ricordo anche le tante cene qui a casa nostra con Polato, Padovani e Bertacco, i discorsi. Ci ho sempre creduto, perché lui è determinato al limite della testardaggine, è un testone (ride, ndr), se si mette in testa una cosa stia sicuro che la ottiene, questa è una delle cose che mi è sempre piaciuta di lui».

Un percorso però tutt’altro che lineare: «Sì, ci sono stati dei tormenti, dei confronti, dei ripensamenti. Quando l’ipotesi ha cominciato davvero a farsi concreta lui ha cambiato atteggiamento. Lo vedevo un po’ combattuto, gli piaceva la normalità che si era conquistato, il lavoro da avvocato che andava bene, il nostro matrimonio, avevamo pure cominciato a viaggiare e guardi che convincerlo a uscire dalle mura di Verona non è stata impresa da poco (ride, ndr). Ci aveva preso gusto».

Fino ai giorni intensi dell’investitura ufficiale: «Fine marzo, eravamo a Roma, dovevo sostenere un esame per il ministero Beni Culturali e lui mi aveva accompagnato. Ricordo che era sempre al telefono, ore al telefono, quelli erano momenti frenetici, ci rendevamo conto che stava succedendo qualcosa di importante».
Alessandra ha il tocco della risoluta semplicità. Lei, il baluardo della realtà e della normalità dinanzi ai tentacoli autoreferenziali del binomio politica-potere: «Se il Fede cambierà? Non credo, lui è di pasta buona e se, come famiglia, dovessimo accorgerci di qualche avvisaglia, glielo impediremo».

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