Un «urbanista naturale» l’ha battezzato nel suo libro l’architetto Giorgio Massignan. Nelle 432 pagine di L’Adige racconta Verona c’è ogni trasparenza e insenatura storica del fiume che ha disegnato la città: dai romani fino agli austriaci, tra piene da contenere e emancipazioni dalla natura, a volta, troppo insistite. 

Come da ricordi eraclitei, il fiume non è mai lo stesso. Non si entra mai due volte nelle stesse acque. Tutto scorre, le città cambiano, anche e soprattutto quelle modellate dal disegno dell’acqua. E Verona non manca di seguire la regola. L’architetto Giorgio Massignan tratteggia nel suo libro (Smart Edizioni, Neaprint), con un’attenta ricerca iconografica negli archivi della Biblioteca Civica, più che la storia del fiume Adige, la cronologia dei cambiamenti che ha permesso e che ha subito, non sempre di luminosa riuscita. Romani, goti, ostrogoti, scaligeri, veneziani, austriaci e francesi: una geografia economica sorse proprio in riva al fiume.

Lo spartiacque fu la grande alluvione del 1882 che obbligò a ridisegnare anche il rapporto con il fiume. Vennero costruiti i due muraglioni per evitare le esondazioni, scomparvero i mulini e si perse, secondo Massignan, una relazione di prossimità con il fiume. Salvo quando alza la voce, come lo scorso ottobre con la piena, l’Adige è ordinaria amministrazione per i nostri occhi.  Pochi riconoscono nel suo scorrere l’antologia di quello che siamo stati, urbanisticamente e culturalmente. Il silente testimone ma prima di tutto il «padre e la madre» della nostra città.