«Nella storia dell’umanità c’è stato un momento in cui si è parlato di perdono e di misericordia, ma è durato poco tempo, più o meno due o tre anni, e la storia è finita male».

(Albert Camus, La caduta)

Il Giubileo è iniziato e arriva, diciamolo, in un momento delicato. Soprattutto oggi, in un orizzonte confuso dove si combatte con e per un Dio, che di certo, a queste condizioni, non vorrebbe esistere. Se si facesse a meno delle religioni, si toglierebbe un grande ceppo dal focolare dell’odio? O forse, un mondo con gli occhi lontani dal cielo sarebbe un luogo abitato da persone senza speranza, con l’anima affievolita? Cresce il numero dei nones ( da none of the above, nessuno delle sopracitate), coloro che si allontanano dalla religione, secondo un recente lavoro di Graham Lawton per New Scientist, che riferisce come in tutto il mondo ci sia «una forte tendenza alla secolarizzazione». Ma ci sono stime che sembrano affermare il contrario. Nel mondo, l’ottanta per cento della popolazione dichiara di credere in qualche forma superiore, o a una vita dopo la morte, o confida di dedicare del tempo, durante la settimana, per la preghiera o per la meditazione. In alcuni paesi, come gli Stati Uniti, il numero si attesta attorno al novanta per cento. La sete di sacro, anche nella nostra penisola, resiste, almeno stando alle cifre (Censur 2015) di un’Italia che raccoglie tra religioni e movimenti ben 836 denominazioni rispetto alle 658 del 2001. Dio è, dunque, morto? Forse, malgrado il silenzio di certe chiese svuotate, non ancora.

 «La paura non si addice a chi è amato», ovvero il Giubileo di Francesco

«Il messaggio di Gesù è la misericordia. Per me, lo dico umilmente, è il messaggio più forte del Signore». Queste erano le parole del Papa quattro giorni dopo l’elezione al soglio, durante una delle sue prime omelie da pontefice. Non ha, dunque, stupito nessuno il tema scelto da Jorge Mario Bergoglio quando il 13 marzo 2015 ha indetto il Giubileo straordinario, iniziato (in Italia) l’8 dicembre. «Essere testimone della misericordia», questo l’obiettivo sul il quale la Chiesa deve centrare la sua missione.

Di che numeri parliamo: Secondo una ricerca del Censis, saranno almeno 33 milioni le persone che arriveranno a Roma in occasione dell’Anno santo. Una stima, se vogliamo, piuttosto prudente considerando le grandi folle che seguono solitamente gli spostamenti di Papa Bergoglio (detiene il record il viaggio di Francesco nelle Filippine con 7 milioni di fedeli presenti alla Messa di Manila).

Per ogni dove: Un evento diffuso in tutte le diocesi, che non predilige solo la città eterna. Significativa la scelta del santo padre di aprire i 12 mesi giubilari non a Roma, ma bensì il 29 novembre, nella cenerentola Bangui, capitale dolorante di uno stato, la Repubblica Centrafricana, ancora sofferente per i suoi trent’anni di golpe e conflitti, e la guerra civile che ne insanguina le strade sterrate dal 2012. «Aprite le porte della giustizia», ha detto Bergoglio nelle sale anguste della cattedrale del paese, che abita gli ultimi posti delle classifiche mondiali per ricchezza e sviluppo socio-economico.

Il tema: «Misericordia è il cuore che si china su ogni miseria, fisica e morale». Non è solo il fil rouge dell’Anno santo ma anche e soprattutto la password del magistero e del ministero di Papa Francesco.

Anniversari: L’apertura del Giubileo avviene nel 50° anniversario della chiusura del Concilio ecumenico, nel 1965.

Un po’ di storia:
La Chiesa cattolica ha iniziato la tradizione dell’Anno santo con papa Bonifacio VIII nel 1300. Gli Anni santi ordinari, celebrati di norma ogni 25 anni, fino a oggi sono 26. L’ultimo Giubileo odi questo tipo è stato quello del 2000. L’ultimo straordinario, invece, quello indetto nel 1983 da Papa Giovanni Paolo II.

Porta santa: Da tradizione ne dispongono le quattro basiliche maggiori di Roma (San Pietro, San Giovanni in Laterano, San Paolo fuori le Mura e Santa Maria Maggiore), ma il Giubileo entrerà nelle cattedrali e nelle Chiese di tutto il mondo. La porta, metafora dell’assoluzione dei peccati, dopo essere stata aperta dal Papa, dai vescovi o dai loro officianti, potrà essere attraversata dai fedeli fino al 20 novembre 2016 quando si concluderà il Giubileo.

E Verona?
Il Giubileo scaligero prende il via il 13 dicembre con la celebrazione nella chiesa di S. Anastasia e l’apertura della Porta Santa in Cattedrale ad opera del vescovo Zenti. Le chiese «giubilari» (sette oltre il duomo, ndr) dovranno aspettare, invece, domenica 20 dicembre per vedere aperto il loro sacro passaggio. Il tempio della Madonna di Lourdes delle Torricelle e la chiesa di Santa Teresa di Tombetta a Borgo Roma; questi i luoghi a Verona che, accanto alla Cattedrale e ai cinque santuari della provincia, godranno dei «privilegi» dell’Anno santo. Alla basilica di San Zeno spetta, invece, l’onere e l’onore di essere il punto di partenza dei pellegrinaggi (quattro, finora, le date dedicate: 29 maggio, 19 giugno, 25 settembre e 23 ottobre).

Sindrome da chiese vuote?

Un cattolicesimo “più orecchiato che vissuto“, quello che il sociologo Franco Garelli, autore del volume Religione all’italiana (Mulino, 2011), sembra aver individuato nel Bel paese. Benché le statistiche sul numero dei praticanti siano molto controverse, da una recente indagine (Doxa, 2014) la percentuale di italiani che si definiscono cattolici viaggia attorno al 75 per cento, di cui il 46, 5 praticante. Eppure i cattolici che nel 2011 dichiaravano di andare regolarmente a messa, erano solo il 25,9 per cento. «La persistenza di questo cattolicesimo delle intenzioni o della forma (o anagrafico, o di famiglia) è il dato più paradossale dell’epoca attuale», sostiene Garelli e spiega come «l’avvento del pluralismo culturale e religioso non produce necessariamente l’abbandono dei riferimenti di fede, anche se ne condiziona l’espressione». Le chiese non saranno dunque piene, ma, almeno al momento, non sono lasciate sole al loro silenzio.
Anche nei temi interiori, per certi versi, sembra prevalere lo stesso day by day che emerge dal recente rapporto del Censis (49esimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese, ndr) che ha parlato «di un letargo esistenziale collettivo» dove è diffusa l’incapacità di produrre un’interpretazione della realtà e del futuro. «Un limbo italico di mezze tinte, mezze classi, mezze persone e mezze idee» per dirla con le parole che il presidente Giuseppe De Rita ha preso in prestito da Turati.
Una fede sbiadita e dimezzata, dunque? Sicuramente un rapporto flessibile, ad hoc, una fede cattolica, insomma, dal taglio sartoriale, cucita addosso alle esigenze quotidiane. Che non esclude, nel suo complesso ricamo, anche la frequentazione, assidua o meno, di altri credi.

Qualcuno le chiama minoranze

C’è un dato, del tutto mitologico, secondo cui tutte le espressioni religiose che esulano dal Cattolicesimo in Italia rappresentino solo l’uno per cento della popolazione. Facciamo due conti. Se si prendono i cittadini italiani che chiaramente manifestano un’identità religiosa diversa dalla cattolica, arriviamo a 1.639.518 unità. Se aggiungiamo gli immigrati non cittadini, tocchiamo le 5.514.718 unità. Un dato da ripartire tra l’immigrazione islamica, quella cristiano-ortodossa dall’Est europeo, quella legata all’induismo, al buddhismo, alle religioni sikh e radhasoami, al protestantesimo pentecostale e battista di origine cinese, coreana, filippina e africana e l’immigrazione copta proveniente da diversi Paesi dell’Africa.
«Considerando da una parte i 55.781.575 cittadini italiani e confrontandoli con il totale della popolazione residente ‒ fissata a 60.795.612 – siamo come si vede a una percentuale del 2,9», spiegano Zoccatelli e Introvigne ne Le religioni in Italia ( a cura di Censur, 2015)
A conti fatti, se si considerano i residenti in Italia, la percentuale si attesta attorno al 9,1 per cento. Tutt’altro che minoranze, verrebbe da dire.

Leggi l’intervista al monaco buddhista Lama Jampal 

Leggi l’intervista a Beatrice Marazzi del GRIS (Gruppo di Ricerca e Informazione Socio- religiosa) di Verona