Soprattutto nelle attività di macellazione, le lavorazioni sono particolarmente gravose e ripetitive e vengono svolte in maniera crescente da manodopera immigrata, passata in 10 anni da 1.000 a più di 2.000 addetti. Una ricerca, promossa dall’Ires Cgil e dalla Flai del Veneto, rende conto delle trasformazioni sociali di uno dei più grandi gruppi avicoli italiani. Lo studio, durato cinque anni, può essere utile anche per le altre imprese del comparto agroalimentare, con una composizione eterogenea a livello sociale.

Quasi il 30% di lavoratori è straniero, circa 52 le diverse etnie che lavorano gomito a gomito dalla mattina alla sera negli stabilimenti di Aia. Una realtà, quella del gruppo leader in Italia per la trasformazione e distribuzione di prodotti a base da anni, decisamente eterogenea. 7.770 dipendenti dei quali oltre 2000 immigrati (Fonte Cgil): questi numeri  fanno di Aia un universo lavorativo complesso tra i pochi con queste percentuali, anche a livello nazionale. A dirlo è una ricerca promossa dall’Ires Cgil e dalla Flai del Veneto, nata dall’esigenza sindacale di capire le trasformazioni sociali di uno dei più grandi gruppi avicoli italiani.

Gli esiti della ricerca, durata cinque anni, sono stati presentati oggi nella sede di Ater , dal sociologo Vladimiro Soli che si è occupato dello studio. Ha lavorato sulla base di questionari raccolti tra i 5.700 lavoratori occupati nei 6 stabilimenti veneti del gruppo, oltre che su interviste ad operatori e delegati sindacali. Non emerge un elemento in particolare, ma piuttosto una galassia di sfide legate anche all’impiego delle donne spesso addette a mansioni gravose e ripetitive.

 

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