Si chiama CDK4 e si è scoperto essere un gene la cui alterazione influisce sull’evoluzione in senso negativo del tumore lobulare alla mammella, un tipo raro di neoplasia che colpisce il 10-15% delle donne che si ammalano di cancro al seno. Luisa Carbognin, oncologa e ricercatrice veronese, ha portato avanti lo studio che ha individuato questa correlazione e, per questo, ha ricevuto il “Conquer Cancer Foundation Merit Award”, prestigioso riconoscimento dato dall’ “American Society of Clinical Oncology” (ASCO) alle ricerche più promettenti.

Rientrata in Italia, Luisa Carbognin ci racconta, a mente fredda dopo aver “macinato” interviste per tutto il mese (il premio risale a fine maggio), che cosa rappresenta per la sua vita e il suo lavoro questo riconoscimento, importante e inaspettato.

 

Qual è stato il percorso formativo che l’ha portata fino a qui?

Mi sono laureata nel 2010 in Medicina all’Università di Verona, nel 2016 mi sono specializzata in Oncologia Medica (Direttore Prof. Giampaolo Tortora) e contestualmente ho iniziato il dottorato in Infiammazione, immunità e cancro, coordinato dalla Prof.ssa Gabriela Constantin. In realtà, da piccola volevo fare la maestra, ma durante gli ultimi anni delle scuole superiori ho iniziato a pensare che la professione del medico mi interessava. All’inizio volevo fare la pediatra, ma dopo aver fatto il corso in oncologia ho scelto Oncologia medica come specializzazione. Mi sono subito appassionata a questa disciplina e la pediatria è passata in secondo piano.

 

Perché ha scelto di dedicarsi al tumore alla mammella?

Perché mi piace poter creare un’alleanza terapeutica: le pazienti devono essere prese in carico a 360 gradi perché si entra in un percorso di terapia che coinvolge molti specialisti e, al contempo, anche le famiglie di queste donne.

 

A livello emotivo come vive questa scelta?

È una sfida continua: ogni paziente ha una sua storia e a volte non è sempre facile non lasciarsi coinvolgere dagli aspetti più personali, dalle difficoltà familiari che spesso sorgono dopo la diagnosi di questa malattia, perché la malattia coinvolge l’intera famiglia e il suo vissuto.

 

Non ha mai avuto dei momenti di sconforto?

Può capitare, altrimenti non sarebbe umano andare avanti senza farsi delle domande. Quello che cerco di fare con il mio lavoro è innanzitutto offrire il meglio dal punto di vista scientifico e poi da un punto di vista umano.

 

Cosa le piace di più di questo lavoro?

L’aspetto relazione medico-paziente e poi quello della ricerca. Voler provare a migliorare le conoscenze che oggi ci sono è qualcosa che ti proietta verso la ricerca continua di un obiettivo. La mia attività di ricerca è di tipo clinico e ha sempre come punto di partenza e di arrivo il paziente.

 

Qual è l’obiettivo che vuole raggiungere nel corso dei prossimi dieci anni?

Cercare di personalizzare il più possibile la terapia. Oggi la maggior parte delle pazienti sono trattate con protocolli standard, ma non sappiamo poi in realtà quante ne beneficino e quale sia il trattamento più indicato per il singolo caso. Già oggi, ci sono dei farmaci che agiscono sull’alterazione molecolare da noi individuata. Il passo successivo è capire se questo può essere d’aiuto nello scegliere la terapia, capire se queste pazienti possano avere un beneficio da questi farmaci e cercare di personalizzare, dove possibile, la terapia.

 

Resterà in Italia o vuole trasferirsi all’estero?

Non credo che andrò all’estero. Il recente passaggio al Policlinico “Gemelli” di Roma, dove sono alla Ginecologia Oncologica diretta dal Prof. Giovanni Scambia, è sicuramente un’occasione di crescita, ma poi potrebbe capitare sempre l’opportunità irrinunciabile. In ogni caso, non ho ancora ricevuto proposte e sinceramente mi dispiacerebbe dover lasciare l’Italia.