Il Redentore di Rio con i cinque anelli delle Olimpiadi: questa l’ultima fatica – nel vero senso della parola – dell’artista veneto Dario Gambarin. La sua Land Art non ha eguali in Italia e mescola con sapiente armonia  talento artistico, trattori e, ovviamente, svariati metri quadrati di terra.

È il giorno giusto: il grano è stato tagliato. Hanno tirato via la paglia dal terreno dopo la mietitura. Ci siamo. Il motore del trattore si sta scaldando.  Questa volta è meglio iniziare con l’erpice rotante piuttosto che con l’aratro: dà più sfumature. Il terreno è sabbioso e l’effetto finale sarà più luminoso. Intanto la mente si prepara e ripercorre l’immagine esatta, frutto di mesi di ricerca, di studio, di lavoro. Vietato sbagliare: l’intera opera andrebbe persa.

Ora tutto è pronto. Sì, anche il fotografo e l’aeroplano sono stati avvisati. È importante che l’esecuzione sia ripresa in tempo reale. Bastano poche ore perché l’effetto della luce modifichi l’aspetto originario dell’opera.

Il trattore parte e comincia a tracciare linee sul terreno arso dal sole. La temperatura è alta: 35 gradi. Quattro ore intense, di cui non si conosce il risultato, finché non si manifesta alla fine dell’esecuzione. Fatica, tanta fatica. Poi, però, la soddisfazione. Il Redentore di Rio con i 5 anelli delle Olimpiadi giace ora su un campo di stoppie di grano trebbiato di 47 mila metri quadrati.

Castagnaro, luglio 2016,  Dario Gambarin ha compiuto la sua ultima opera di Land Art Le Olimpiadi della misericordia. «È l’invito a preservare lo spirito leale e onesto dello sport», spiega l’autore «Mi auguro che lo sport unisca i popoli e attenui le tensioni razziali, religiose e sociali di questo periodo».

Tutto è iniziato nel 2009, con il ritratto di Obama, quello che ha fatto conoscere Gambarin in tutto il mondo. Sì, perché effettivamente il suo modo di realizzare questa tipologia di arte non ha eguali al momento. «L’idea mi venne in Germania quando, durante un viaggio, vidi un’opera di Land Art». Si trattava di fiori impiantati in un terreno, secondo una linea studiata e disegnata da un geometra, «con questo metodo si dovevano attendere quattro mesi prima di poter fissare l’opera in una fotografia». «Perché aspettare tutto questo tempo?». Dario, una volta tornato a casa, ha trovato la sua tecnica che è poi la sintesi di tutte le sue abilità. «Da quando avevo cinque anni guido i trattori», ci spiega. Una conoscenza fondamentale, alla quale se ne aggiunge un’altra, frutto di anni e anni di esperienza: «Conosco molto bene le caratteristiche del terreno e i suoi effetti con il sole». A questo si deve aggiungere la forza fisica e quella mentale. «In quelle ore di esecuzione è come essere in partita». E la sua dote artistica completa il quadro: «Dipingo da sempre –  racconta Dario  – Dal 1994 espongo i miei quadri espressionisti nelle mostre di tutta Europa». Una passione che ha coltivato durante i suoi studi universitari, alla quale accompagnava quella per la musica. «Ancora oggi creo performance in cui sono presenti queste due arti».

La Land Art però ha qualcosa di speciale. «Non hai tempo di pensare troppo. Non vedi niente e devi solo immaginare». Una difficoltà che rende tutto ancora più intrigante e che porta ad una soddisfazione senza eguali. «È un’emozione unica vedere solo alla fine quello che hai creato». È una sorpresa che non ci sarebbe se tutto fosse progettato con un Gps. «Con le mie opere non provoco nessun danno all’ambiente», ci tiene a sottolineare.

Dario Gambarin ricorre quindi a tanti modi diversi di comunicare. Ma, in sintesi, «la mia arte è l’espressione del tempo che vivo e di quello che penso». Non importa che il risultato sia bello.  «È più importante far vedere attraverso le mie opere qualcosa di diverso».

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