Monsignore Alessandro Bonetti

Al via il prossimo ottobre la riforma preannunciata il 3 giugno scorso dal Vescovo Zenti. Dal modello tradizionale delle parrocchie, al modello nuovo delle Unità Pastorali. Ognuna di queste avrà almeno quattro o cinque preti – collaborativi tra loro – che si faranno carico, spiritualmente, di tutte le comunità parrocchiali di un determinato territorio della provincia di Verona. Ne abbiamo parlato con mons. Bonetti, vicario per la Pastorale.

di Matteo Scolari

Don Bonetti, nel giugno scorso nella Basilica di Sant’Anastasia il nostro Vescovo, Giuseppe Zenti, ha aperto ufficialmente il “cantiere” delle Unità Pastorali. Si tratta di una vera e propria rivoluzione rispetto al passato e rispetto al concetto tradizionale e storico di parrocchia. Ci può spiegare in cosa consiste e perché si rende necessario questo intervento anche a Verona?

È l’ultimo atto di un processo iniziato circa 2000 anni fa. La Chiesa, sin dall’inizio, si è confrontata col mondo, su come stare nel mondo, con la coscienza di avere un messaggio, un annuncio, sempre valido, ma ben sapendo che le modalità di proporlo possono e devono variare. Ora è il momento delle Unità Pastorali, non per risparmiare sacerdoti, ma per creare comunità significative che sappiano andare oltre i “campanili”, e non ho scelto i termini a caso, sentendosi sempre di più parte di una realtà più ampia che cammina verso un orizzonte pastorale comune. Se vogliamo è l’esempio concreto di una chiesa in uscita che vede un ruolo sempre più attivo dei laici accanto ai consacrati per costruire insieme la comunità.

Con questo “riassetto” immaginiamo si voglia rinvigorire il ruolo della Chiesa anche nei paesi, nelle comunità locali. La Chiesa come punto di riferimento importante, come lo è stato per molte generazioni passate. I primi a beneficiarne chi sono, i giovani forse?

Sinceramente credo che ne beneficeranno un po’ tutti. La Chiesa ha un annuncio da fare, un annuncio bellissimo, importante, così importante che moltissimi hanno dato la vita per questo. Questo annuncio è il Vangelo, è Gesù Cristo, la sua bellezza, la sua forza, il suo amore. Non è la Chiesa il punto di riferimento importante, ma quel Gesù Cristo annunciato dalla Chiesa. Gesù è il cardine su cui tutto ruota e allora tutti ne beneficeranno perché l’obiettivo non è dare dei servizi in maniera più capillare possibile in modo che tutti possano usufruirne, un po’ come se mettessimo dei distributori automatici di eucarestie per strada, ma creare delle comunità significative dove si respira Cristo, si vive Cristo e chi arriva da fuori può accorgersi che lì c’è qualcosa di diverso e incontrare Cristo.

Quali sono, secondo lei, le ansie, le paure, ma anche i desideri dei ragazzi che in un epoca dominata dal digitale, sembrano essere più soli, più isolati? Hanno bisogno di aiuto o vanno solo compresi?

Credo, in base a quello che sento e vedo intorno a me, che il problema oggi sia una profonda solitudine e una mancanza di relazioni vere, umane. In un’era in cui tutto è interconnesso, in cui sui social network si hanno centinaia, se non migliaia di “amici”, in cui esistono App sui nostri telefoni per trovare amici, intessere nuove relazioni, nuovi legami… è l’era in cui siamo più soli, perché questi rapporti sono tutti, o quasi, a misura di computer non di persona… sono relazioni senza relazioni, svuotate di senso. Ti sembra di essere in relazione col mondo, ma poi arriva la sera e ti accorgi che non è vero, non sei in relazione con nessuno. Serve aiuto? Certo! Serve comprensione? Certo! Ma soprattutto serve un nuovo paradigma, che poi è sempre quello: Gesù. Lui era connesso con tutti: centurioni romani, farisei, scribi, poveri pescatori, giovani ricchi, donne con problemi di salute, uomini posseduti, samaritani… ma in che modo? Camminando, sempre, instancabilmente, guardando in faccia le persone, parlando direttamente con loro, ascoltandoli, abbracciandoli, mangiando con loro. Mostrando cioè che loro sono importanti, davvero, contano davvero. Di questo hanno bisogno i giovani, di qualcuno che dica e mostri loro quanto sono importanti, quanto valgono, per quello che sono, per come sono.

Il cardinal Scola in una sua affermazione ha dichiarato che l’oratorio, come luogo di formazione, è venuto meno nel corso degli anni. Da qui la necessità di ripristinare un ambiente in cui si possano condividere valori, sentimenti, esperienze. Possono esistere oratori 2.0 o 3.0, diciamo così, di seconda o terza generazione?

No, dobbiamo ricordarci quello che Paolo VI aveva detto nella Evangelii Nuntiandi: “La Chiesa esiste per evangelizzare”. Il primo passo è annunciare il Vangelo, Gesù e la buona novella, e per farlo è necessario costruire relazioni significative, non c’è un’altra strada, non è questione di condividere valori o di ripensare gli oratori. Il cristiano non è colui che ha dei valori, il cristiano è colui che ha incontrato Cristo il resto viene di conseguenza. Ai nostri ragazzi dobbiamo portare Cristo, ma questo può avvenire solo all’interno di una relazione vera, bella, importante.

All’interno di una società sempre più multiculturale e multietnica, qual è l’invito che fa alle persone che incontra e che magari temono il cambiamento?

Lo stesso che faceva Gesù e che riprendeva spesso San Giovanni Paolo II: “Non abbiate paura”. Il cristianesimo è la religione dell’incontro, il cristiano può aver paura, ma non può lasciarsi vincere dalla paura, tantomeno dalla paura dell’altro.

Come si trova la forza di coltivare la Fede? Di essere protagonisti di questo tempo? Di non essere “imbambolati”, come ha ripetuto Papa Francesco?

La Fede nasce da un incontro. Alla base di tutto c’è la relazione con Gesù Cristo, una relazione forte, vera, come vorremo noi che fossero le nostre relazioni. Non puoi avere una relazione con qualcuno senza parlargli, senza raccontarti, senza ascoltarlo e per questo serve una vita di preghiera autentica. Poi la fede si vive e si coltiva insieme agli altri, in una comunità di fratelli. Infine la fede si apre al servizio degli altri, non è mai qualcosa che serve solo a te, per far star bene te. La fede cristiana è la relazione con Cristo che poi si riversa nelle tue relazioni con gli altri. Tutti questi passaggi sono conseguenti l’uno all’altro, non ne può esistere uno senza l’altro.

Ha un sogno nel cassetto, per lei e per la sua città?

Sogno una Chiesa faccia sue le parole di Gesù e non abbia paura di essere in uscita, come sempre di più ci esorta a fare il nostro Papa e che al contempo sia capace di non perdere la propria identità.