Tra qualche giorno nelle famiglie di tutta Italia si celebrerà la festa del papà. C’è chi non potrà essere a fianco dei propri figli, come nel caso dei padri carcerati. Un’iniziativa dell’Associazione MicroCosmo ha reso possibile un incontro davvero speciale pensando proprio a un amore di genitore che è per sempre e comunque.

Nella vita si possono commettere molti errori, si può cadere e ricadere. Il nostro cuore può irrigidirsi e talvolta diventare di pietra. Non si può estinguere, tuttavia, un sentimento di amore così forte come quello che lega un genitore al proprio figlio o ai propri figli.

Proprio per non estinguere anche quest’ultimo legame speciale di cui anche i figli dei genitori detenuti hanno estremamente bisogno, l’associazione MicroCosmo, aderendo a un’iniziativa nazionale promossa dall’associazione piacentina “Verso Itaca Onlus”, nel mese di novembre 2015 ha dato vita a un progetto denominato “In nome del Padre”, che ha avuto un suo momento finale particolarmente significativo lo scorso 13 febbraio presso la casa circondariale di Montorio.

«Il progetto nasce a Piacenza, ma ha avuto la sua prima applicazione concreta qui a Montorio» spiega Paola Tacchella, presidente dell’Associazione MicroCosmo, che aggiunge «Grazie alla piena collaborazione con la dott.ssa Maria Grazia Bregoli, direttore del Carcere di Verona, con la garante Margherita Forestan e con il sostegno di Fondazione Cattolica e della società di consulenza Axing, siamo riuscite ad attivare un laboratorio che ha messo a confronto, in vari momenti, dodici padri detenuti e sei padri liberi, genitori di bambini e di adolescenti».

«Se la genitorialità è compito difficile per un adulto che quotidianamente segue e indirizza il divenire della vita di una figlia o di un figlio, per la persona detenuta è impresa quasi impossibile: il senso di impotenza, il rischio di divenire giorno dopo giorno estraneo, il dramma di una colpa che fa del male alle persone che più si amano rischiano di recidere legami e annullare ogni possibile recupero» prosegue Paola.

«Attraverso un percorso di scritture autobiografiche sul tema della paternità, seguendo la metodologia della LUA – Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, i padri (carcerati e liberi, ndr) hanno recuperato nelle loro memorie i ricordi dei loro papà, i momenti in cui loro stessi sono diventati padri, gli atti di cura nei confronti dei figli, la scelta di dire o non dire la verità sulle proprie cadute e/o fragilità».

Il progetto “In nome del padre” ha come scopo il mettere a confronto i problemi del dentro e del fuori dal carcere cercando, attraverso il racconto delle proprie esperienze vissute, soluzioni condivisibili comuni o diverse.

«Il laboratorio ha avuto il suo culmine nel pomeriggio dello scorso 13 febbraio, in cui i padri liberi e i padri detenuti, assieme ai rispettivi figli, si sono incontrati all’interno della casa circondariale e hanno letto, condiviso, commentato queste testimonianze autobiografiche che, con molta probabilità, faranno parte di un futuro libro o di una raccolta» conclude la presidente dell’associazione.

Un pomeriggio particolare aggiungiamo noi, in cui, nonostante le difficili prove che ci mette di fronte la vita, ci si ricorda il piacere e il dovere di essere per sempre genitori, per sempre padri.