Se ne sono scritti di paragrafi più o meno votati alla retorica, prontuari di come si vive in un presente ipotecato allo spettro del terrorismo. Si parte con piccoli gesti pratici quanto simbolici: quei new jersey che perimetrano Piazza Bra.In futuro, potrebbero diventare barriere a scomparsa o comunque lasciare il posto a soluzioni meno invasive. È nato persino un dibattito cittadino sul tema, perché l’estetica non venga immolata all’altare della sicurezza. Tra colori e rivestimenti, si iniziano ad “addolcire” oggi i new jersey.  Sparirà, dunque, il grigiore di quel cemento necessario. Svanirà anche la sensazione di essere in bilico, alla mercé della violenza decisa dal delirio di alcuni?

di Miryam Scandola

L’ALTRO GIORNO una bambina camminava per mano alla mamma sul Liston. Le è scivolato per terra un giocattolo. Un militare, di sfuggita, l’ha raccolto. Poteva essere uno scatto di qualche fotografo in giro per il mondo, magari, in qualche luogo dove uomini in perenne divisa e bambini si spartiscono la normalità. Invece siamo a pochi metri dall’Arena. «Rispetto a piazza Bra, alla luce dei recenti e purtroppo continui episodi di terrorismo, si è fatta una scelta che risponde alle norme antiterrorismo imposte dal Governo per la sicurezza dei siti sensibili. E piazza Bra indubbiamente lo è» ha ripetuto spesso il sindaco Federico Sboarina, nelle ultime settimane. Perché quell’orrore che ha interrotto le sue e le nostre vacanze, potrebbe fare di più e non limitarsi solo a colpire le coscienze per il quarto d’ora di una riflessione. Ora nove piloni in new jersey stanno lì, sotto pioggia e sole. Li toglieranno forse a ottobre, e intanto, ogni giorno, ci costringono a misurarci con l’eternità o con la sua assenza. Da Nizza a Barcellona sono loro, le piazze, i luoghi prediletti dalla smania feroce del terrorismo che scaglia camion addosso a coppie e a famiglie con passeggini. «I viali e i ponti delle metropoli occidentali rappresentano gli spazi pubblici dove le società aperte si esprimono» si leggeva nell’editoriale di un quotidiano tedesco, il giorno dopo la tragedia della Rambla. Una necessità di espressione che può essere silenziata per qualche momento ma non soffocata: un’ora dopo la gente è tornata a percorrere la strada insanguinata, perché “la barbara e stupida strategia degli assassini si scontra con la resilienza delle democrazie”, scriveva un altro giornale, questa volta francese. «Faremo di tutto per garantire la sicurezza, sia ai veronesi che ai turisti e se questo vorrà dire rinunciare a un po’ di libertà personale, pazienza…». Erano queste le parole del prefetto di Verona, Salvatore Mulas, ad aprile, quando ancora si era al debutto del carosello di eventi, serate, concerti. Controlli in piazza, artificieri nell’anfiteatro, agenti dell’Uopi un po’ dappertutto. Poi lo strazio spagnolo e i piani di sicurezza hanno preso un tono più deciso.

 

AFFRETTATI PRESIDI di polizia e militari. Camionette che lanciano sguardi alla vita che scorre sui sanpietrini di piazza Bra. «Stabilire i criteri per garantire la sicurezza dei luoghi sensibili della città e creare un tavolo di coordinamento tra Comune, Prefettura e forze dell’ordine per contrastare fenomeni di degrado e microcriminalità presenti in alcune zone del territorio» questi i temi su cui lavorano, nelle ultime settimane, tutti i componenti del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. Tenendo sempre a mente che «la città non è blindata e deve continuare ad essere vissuta» invita quasi ogni giorno il sindaco. Detto, fatto tra il concerto di Morricone, il Festival Show, il Tocatì e via dicendo. Anche perché secondo Thomas Hegghammer, esperto di jihadismo e studioso al Norwegian Defence Research Establishment di Kjeller (Norvegia) l’attività jihadista in Europa non è affatto in declino. Stando all’ultima relazione annuale presentata dall’intelligence italiana al Parlamento (si riferisce al 2015) il terrorismo che potrebbe colpire nel nostro Paese è quello “homegrown”, scollegato dalle grandi reti internazionali e dalle moschee ma allevato su internet. Un’intricata medusa dalle mille teste che, di certo, non potrà essere fermata nell’immediato. Barricarci nel silenzio e seppellire il nostro tempo migliore non ci regalerà nessuna, per quanto meritata, tranquillità. Anche con questa consapevolezza le finestre bisogna riaprirle. Perché si vince così l’insolenza del terrore che decide le nostre mete e che ci fa camminare ai lati delle piazze, nei corridoi secondari della vita.