Popolo laborioso e rispettoso della natura, con il suo arrivo nella montagna veronese riuscì a cambiarne volto e destino. Un corposo volume racconta cosa hanno insegnato, e cosa potrebbero ancora insegnare, le popolazioni di coloni tedeschi che nel Medioevo giunsero nel Veronese.

 

Un popolo laborioso, guidato dall’inventiva e da capacità manuali straordinarie nel dar forma agli elementi di quella natura che avevano in parte saputo dominare. Se ne ha riscontro ancora ai giorni nostri nelle tracce che i Cimbri hanno disseminato nel territorio scaligero: eco che risuona nella lingua, nei nomi delle contrade e nei cognomi; nelle architetture in pietra, nell’armonia con cui ridisegnarono i paesaggi, negli antichi mestieri e nelle tradizioni.

«Coloni tedeschi che nel Medioevo hanno bonificato la grande foresta di faggi della zona montana dei Lessini,  godevano di particolari privilegi, che derivavano dall’aver domato un ambiente ostile e ancora inabitato», esordisce Ugo Sauro. A lui, capofila del progetto editoriale Cimbri della Lessinia, si deve il merito di aver riunito vari studiosi a confrontarsi sulla storia dell’antica popolazione, consegnando poi alle stampe il volume (Gianni Bussinelli editore). Più che un libro, un’elegante enciclopedia di oltre 400 pagine di avventure umane da cui trarre spunto quando si ragiona sulla salvaguardia delle montagne minacciate dalla modernità.

Sedici gli autori e di conseguenza significativo lo sforzo del garantire uniformità all’opera scaturita dopo anni di ricerche dalla passione di due associazioni, gli Amici del museo etnografico “La Lessinia: l’uomo e l’ambiente” di Bosco Chiesanuova e l’Accademia della Lessinia, assieme al Curatorium Cimbricum Veronense. Tante sono le curiosità, altrettanto affascinanti risultano le foto, per restituire ai lettori un’esaustiva sintesi di quanto finora è stato raccontato sulle genti cimbre.

«I Cimbri percepivano il loro ambiente di vita come “piccola patria”, Heimat, in cui erano protagonisti grazie al loro ingegno, all’armonia che avevano impresso alle loro nicchie vitali e alla fede radicata e profonda in Dio, nella Madonna e nei santi, a cui ricorrevano nei momenti difficili, come quelli delle epidemie e delle guerre», prosegue Sauro, curatore della pubblicazione con Ezio Bonomi e Vito Massalongo. «Avevano una sorprendente conoscenza dell’ambiente, sapevano progettare oggetti della cultura materiale e strutture funzionali e architettoniche tenendo conto delle finalità delle stesse e usando al meglio le risorse locali come pietra, legno, paglia, foglie, suoli argillosi».

Sorprende scoprire quanto i coloni di origine bavaro-tirolese fossero attenti alle tematiche ambientali. «Tra i problemi affrontati e risolti dai Cimbri ci sono le riserve d’acqua, composto chimico che in superficie è scarso o assente a causa della natura carsica del terreno. Un tipo è il posso, cisterna interrata in cui si raccoglie l’acqua piovana che cade sui tetti degli edifici; altro è la possa, conca artificiale dal fondo impermeabilizzato con suoli argillosi occupata da un laghetto alimentato dall’acqua piovana». Oltre a stalle in lastre di pietra e fienili, costruirono le giassare, in cui conservare il ghiaccio da commerciare durante l’estate: costruzione che tiene conto delle risorse disponibili e dei parametri ambientali locali. Grazie alla loro elasticità mentale, chiosa Sauro, «i Cimbri hanno creato un paesaggio seminaturale estremamente armonioso e originale, unico nella catena alpina, il quale tuttavia per l’abbandono delle aree marginali, il degrado naturale degli edifici e l’avanzata del bosco si va obliterando. Con la conseguente perdita di un patrimonio inestimabile: esempio di un insieme unico di avventure umane che ha molto da insegnare alle generazioni future».

Il volume, realizzato grazie a Fondazione Giorgio Zanotto e Banco Bpm, si può acquistare nelle librerie di Verona e provincia.