Si terrà mercoledì 2 giugno alle ore 9.30 presso la Sala consigliare del Comune di Grezzana la <italic>presentazione del volume “Il sistema difensivo della Lessinia”</italic>, a cura degli architetti Fiorenzo Meneghelli e Massimiliano Valdinoci, gli stessi dai quali è partita l’idea di recupero e restauro del Forte di Santa Viola, iniziato nel novembre 2005 e terminato, per il secondo dei tre stralci previsti, lo scorso anno.

La presentazione, organizzata dalla Comunità Montana della Lessinia e promossa dal Parco naturale regionale della Lessinia, sarà un’occasione non solo per conoscere il nuovo volume, ma anche per rileggere in chiave storica l’origine delle fortificazioni della Lessinia. Nel corso della mattinata dopo il momento di presentazione, è prevista una visita guidata al Forte di Santa Viola, opera architettonica principe fra le fortificazioni difensive sul territorio, con una storia affascinante e ricca di spunti da approfondire, che ne fanno una delle strutture di cui andare più fieri.

Il complesso di Santa Viola, costruito fra il 1904 e il 1913 dal genio militare italiano, era stato inserito nel sistema difensivo della Valdadige, a Nord di Verona, contro l’eventuale avanzata dell’Impero Austro-Ungarico che arrivava nella sua parte più a sud-ovest, fino al Tirolo. Lo stesso sistema difensivo fu concepito dopo il 1874 su una linea immaginaria che partiva dal Baldo e, attraverso la Val d’Adige, aveva i punti di forza del settore nord-est nei forti Masua, Monte Tesoro, Santa Viola appunto, Castelletto e San Briccio.

Santa Viola era dotato di un osservatore telescopico, per la direzione del tiro e da quattro pozzi coperti da cupole corazzate, ricavati in un banco di calcestruzzo dello spessore di circa quattro metri. Mentre il fronte del forte, a più piani, risultava interrato. La facciata posteriore rivolta a Sud, era scoperta e provvista di feritoie per la difesa ravvicinata. Il complesso era dotato di un sistema di ventilazione, riscaldamento ad aria e di estrazione dei fumi dei cannoni. Tale sistema, con i generatori principale e ausiliario per la produzione di energia elettrica e ai montacarichi collocati per l’innalzamento ai vari piani delle munizioni, rappresentava la punta avanzata della tecnologia del tempo. L’avanzata asburgica non si spinse mai fino alle zone di Valpantena e Val Squaranto, e non ci fu bisogno di contrattaccare. Dal forte Viola non partì mai nemmeno un colpo, facendone quindi una sorta di “Gigante buono”.

Abbandonato e privato dei suoi fini bellici, il forte diventò quindi un luogo di degrado fino all’inizio dei lavori di recupero partiti qualche anno fa. Oggi, dopo tanto tempo, è tornato a far parlare di sé anche grazie a questa nuova pubblicazione, che analizzerà non solo la struttura di Azzago, ma tutta la linea dei forti che circondava la zona perimetrale di Verona, interessando sopratutto la Lessinia.

Matteo Bellamoli
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