Giazza
Giazza

Una passione che va dal sud di Verona all’estremo nord della città, quella di Riccardo Ferracin. 23 anni, laureato in Lingue per il turismo e il commercio internazionale all’Università di Verona, originario di Bonavigo, Riccardo si è avvicinato a una lingua per lui sconosciuta e dal sapore antico: il cimbro. L’idioma germanico, di origine bavarese, si parla (sì perché, seppur da pochi, ancora viene parlato) principalmente nelle zone a nord del Veneto e in Trentino. Riccardo ha studiato per mesi questa lingua per la sua tesi di laurea, dialogando con gli ultimi parlanti, professori e studiosi. Un percorso lungo che lo ha portato a un importante riconoscimento: il primo premio nella sezione poesia del concorso sulla lingua cimbra Tönle Bintarn a Luserna.

Come ti sei avvicinato alla lingua cimbra?

Riccardo Ferracin
Riccardo Ferracin

Fin da piccolo ho frequentato la Lessinia, dove ho avuto i primi contatti con il cimbro. All’università ho dunque pensato di scrivere la tesi proprio su questa lingua. La professoressa che ha seguito il progetto mi ha consigliato di intervistare gli ultimi parlanti di cimbro, a Giazza. Per realizzare queste interviste ho quindi contattato lo Sportello Cimbri di Selva di Progno, che mi ha messo in contatto con la studiosa Antonia Stringher. Insieme a lei ho avuto l’opportunità di conversare con quattro parlanti di questo idioma, che mi hanno aiutato anche nella traduzione di alcune frasi. A causa del Covid, ho però dovuto proseguire l’apprendimento del cimbro praticamente da autodidatta, pur sempre con l’aiuto da remoto dei professori e di Antonia Stringher. Con lei ho inoltre collaborato alla pagina Facebook De Zimbar ‘un Ljetzan, contribuendo alla pubblicazione di articoli e traduzioni.

E poi è arrivato il concorso a Luserna…

Attraverso internet ho scoperto l’esistenza di questo concorso sulla prosa e poesia in lingua cimbra, Tönle Bintarn, che si tiene a Luserna dal 2011. Ho deciso di partecipare con un mio componimento in rima dedicato al torrente Progno. Mi sono ispirato alla poesia L’Adese, di Tolo da Re, e ho personificato l’affluente, vincendo il primo premio nella sezione poesia. Ora mi è stato proposto di realizzare una grammatica definitiva cimbra, per racchiudere in un unico volume tutte le regole sintattiche e integrare quelle che ancora mancano.

Cosa ti lega al torrente Progno, a cui hai addirittura dedicato il componimento?

Il Progno è un affluente dell’Adige, a cui sono molto legato. L’acqua dell’Adige che scorre vicino al mio paese, Orti di Bonavigo, quindi, ha un po’ dell’acqua della Lessinia. Questa miscellanea rappresenta la vicinanza, seppur geograficamente distante, che coltivo con questo territorio.

La poesia

Hoar iz gareida uma bazzarre

Buaninje, hoasage geljar hukan

pit irnj leistan bortan

baz se hen namear kout tze

burporgan daz paime hertze.

Iz ist nist in bint daz i hoar,

ma z‘ist iz bazzar sbear,                                                                                                                       

bo de tribelci siach ante

saine perge, hia anjuan ime lante.

Z ‘ist bortut bilje untar me Kareige,

busat Ljetzan, sai baip liap un baige,

ma iz tuzt lazzan ditza bahenje

tze fljegan laiste nidar, denje

iz laci valjan tiaf, in pach snell,

bo da ka Belfior in Deić ken.

Hia de groazan trouban bezzadar gen

in deme naugan un suazan bouken

un, buschoan muade, muntar se sain

abene pit ime tze reidan.

Daresto iz reidat tauć,

ma daz ‘ume Venosta-tale, in Deić

un er boaz belisch oo, galirnat pa bege

par earde ‘un Trien un Benerge.

In Deić boute kontarn aljaz, ba

er hat gasest veare, ma

er hoart mear gearne bach

alje de schuanan storjen ‘un pach‘:

naugan gaselj gelf eir

‘un gruanan beldarn kein.

Iz vrischaz bazzar, bo nist reidape

asbìa an junge bertate

ma an nono ‘unde pergan,

iz dagàrt tze kontarn

in ime, sai neode nauk,

asou da pit ime lebate sai gadenk

hörtan un parké disar vorgezzat nist

daz bo d‘er ist,

anka na deme tage benje

se ken tze tuzzan gruatzasi, buaninje.

Traduzione

Ascolta il parlare dell’acqua

Piangendo, rauche grida urlano,

con le loro ultime parole, cosa non hanno mai detto per

celare questo nel cuore.

Non è il vento ciò che odo,

ma è l’acqua pesante

che si mescola malata senza

i suoi monti, qui sola in pianura.  

È nata selvaggia sotto il Carega,

bacia Giazza sua sposa cara e benedetta,

ma deve lasciare questa presto

per scappare triste giù, allora

si lascia cadere profonda nel Pach veloce

che a Belfiore arriva nell’Adige. 

Qui le grandi acque torbide danno

a quella nuova e dolce il benvenuto

e, anche se stanche, sono felici

di parlare un poco con lei.  

Dal resto parla il tedesco,

ma quello della Valvenosta, l’Adige

e sa anche l’italiano, imparato per strada

per la terra di Trento e Venezia.

L’Adige vorrebbe raccontare tutto

quello che ha visto distante, ma

ascolta più volentieri attento

tutte le belle storie del Pach:

nuovo amico vivace appena

giunto da verdi boschi.

L’acqua fresca, che non gli parla

come fosse un giovane

ma un nonno dei monti,

comincia a narrare

a lui, suo nuovo nipote,

di modo che con lui viva il suo ricordo

sempre e perché questi non scordi

quello che egli è,

anche dopo quel giorno quando

dovranno salutarsi, piangendo.  

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