Soluzioni inadeguate per il fronte aperto della Lessinia. Ne è sicuro Daniele Massella, vicepresidente dell’Associazione tutela della Lessinia. Le predazioni non avvengono solo in alpeggio, ma anche in prossimità delle stalle perché «il lupo ha sempre meno paura dell’uomo». «Se nessuno fa niente», i casi di bracconaggio, con tutta la relativa sequela di cruda violenza, potrebbero aumentare.

La categoria degli allevatori si dice assediata dal problema. Lei ha subito qualche predazione? Sì, due anni fa i lupi sono arrivati. Non in alpeggio ma nel pascolo autunnale, si sono avvicinati a 350 metri dalla stalla. Hanno colpito all’alba. L’aspetto più preoccupante è che non hanno alcun timore dell’uomo, come invece dovrebbe essere. Dall’inizio del 2017 sono state 110 predazioni nella sola Lessinia veronese e vicentina. E l’anno non è ancora finito.
I recinti e i cani possono essere un deterrente? Quando si parla di lupi, si risolve la faccenda sempre con le stesse parole: “cani e recinti, cani e recinti, cani e recinti”, ma non è una soluzione applicabile alla Lessinia. Non sempre ci sono le condizioni per mettere gli animali dentro il recinto, le mucche, quando c’è nebbia o brutto tempo può capitare che si disperdano nella malga. I cani per vegliare su tutti i bovini dovrebbero essere numerosi, e anche questo aspetto è problematico perché un’alta concentrazione di pastori maremmani (oppure di altre razze simili, ndr) non è certo da sottovalutare, anche per la sicurezza dei tanti escursionisti e turisti che vengono a passeggiare in montagna. L’abbinata cani e recinti in alcune aree può funzionare ma non in Lessinia, anche per la sua conformazione geografica e per la tradizione del pascolo più brado. Si tratta comunque di una foglia di fico con la quale si vuole mascherare un problema più grande. Ovvero il fatto che si sta assistendo ad una pericolosa inversione del rapporto preda -preda
tore. Il lupo che oggi si sposta nelle nostre zone montane assume sempre di più comportamenti da cane randagio, dovuti forse ad inquinamenti genetici, che lo spingono ad avvicinarsi alle stalle e a compiere predazioni diurne.
La ricollocazione è un’operazione molto costosa. Potrebbe essere risolutiva? Anche se li catturassero dove li potrebbero mettere? Il costo è relativo, perché quando hanno voluto mettere i radiocollari, l’hanno fatto. Il vero problema è che non ci sono aree dove ricollocarli. Nessuno vuole fare una reitroduzione del lupo, perché se è vero che c’è un ritorno dal punto di vista turistico, non è comunque sufficiente a rientrare nelle spese di gestione.
Molti allevatori invocano la via estrema degli abbattimenti… Bisogna tornare ad avere un animale sel
vatico: un lupo che ha paura dell’uomo con abitudini notturne. Solo così è davvero possibile difendersi. Le associazioni ambientaliste mirano a mantenere la situazione così com’è. Ma di fronte all’immobilismo, le persone si sentono lese e la strada diventa una: il bracconaggio, anche cruento.
Cosa auspica per il prossimo futuro? Una buona dose di realismo. L’attuale legislazione deve essere stracciata per lasciare spazio ad una gestione ragionata e seria del lupo, che preveda anche gli abbattimenti. Non siamo più negli anni ’70 e il lupo non può essere considerato una specie in via d’estinzione con i numeri di esemplari oggi presenti sul territorio italiano. I problemi sono altri e diversi: dall’ibridazione che deve essere approfondita, passando per i tassi di fertilità che sono molto più elevati che in passato, per arrivare allo scarso impatto sulla fauna selvatica che dovrebbe, invece, essere uno dei motivi che hanno spinto alla reitroduzione dell’animale. Le barriere ideologiche devono essere superate. Il lupo non può essere il giocattolo di qualcuno, bisogna capire che la diffusione dei grandi predatori costa e qualcuno le mani sul portafoglio deve metterle.