Si vota il 4 dicembre per decidere se approvare o respingere la riforma della Costituzione italiana. Decisione non di poco conto, alla quale, secondo il politologo veronese Riccardo Pelizzo, è opportuno arrivare informati.

La data è fissata al 4 dicembre. Giorno importante per i cittadini italiani, chiamati alle urne per il referendum costituzionale: a decidere cioè se approvare o respingere la riforma della Costituzione del governo Renzi che prevede un cambiamento significativo del Senato assieme ad una serie di modifiche al funzionamento dello Stato.

Questione non di poco conto, che si gioca attorno ad un quesito che l’elettore troverà stampato sulla scheda elettorale, seguito dalle caselle con il «sì» o il «no» sulle quali barrare la preferenza: «Approvate voi il testo della legge costituzionale concernente “disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?».

Il dibattito sul tema è acceso da mesi: tra opinioni politiche e considerazioni di costituzionalisti, tra sostenitori e detrattori del mettere mano alla Carta costituzionale, la legge fondamentale della Repubblica italiana. Tematica che, almeno per chi non è ferrato in materia, è complessa da approcciare. Cosa fare per avere le idee chiare?

«Gli elettori si dovrebbero documentare per capire se effettivamente le riforme proposte dal governo e sottoposte al referendum siano necessarie e se contribuiscano a rendere il paese più governabile» premette Riccardo Pelizzo, politologo veronese il cui curriculum professionale annovera esperienze internazionali (attualmente è professore associato alla Graduate School of Public Policy della Nazarbayev University in Kazakistan).

Il governo, prosegue, «dice che con questo parlamento è difficile fare le leggi, che il processo legislativo è troppo lento, che questo danneggia il Paese».

Due precisazioni sono d’obbligo, incalza: «Fare leggi in fretta, non vuol dire farle bene. Ci si dovrebbe preoccupare di più di fare leggi buone che di fare troppe leggi e “leggine”. Inoltre il Parlamento italiano di leggi ne produce tante, forse troppe. Più di quante ne vengano prodotte in alcune delle altre democrazie occidentali».

Sarebbe opportuno, in sintesi, legiferare meno e meglio. Le riforme, sintetizza, «vanno a modificare le norme relative ai referendum abrogativi e alle leggi di iniziativa popolare, la distribuzione delle competenze fra Stato e regioni, l’elezione del presidente della Repubblica e la composizione del senato oltre ad eliminare il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel)».

Se a prevalere è il «sì», cambiano le modalità di elezione del Capo dello Stato. Il Senato riduce le poltrone con una mossa, a detta di Pelizzo, «pasticciata. Il governo avrebbe dovuto prendere in considerazione l’idea di trasformare il nostro parlamento bicamerale in uno unicamerale, elimi-nando il Senato».

Se vince il no? «Non cambia nulla – risponde –. Il Paese con questa Costituzione è vissuto benissimo per quasi settant’anni. Si è sviluppato e ammodernato, ha significativamente migliorato la qualità di vita degli italiani. Se oggi l’economia non tira, non è per colpa della Costituzione». Ultima variabile è la bassa affluenza alle urne, sintomo di una disaffezione che non risparmia le consultazioni elettorali locali, figuriamoci quelle referendarie. «In Italia si parla di riforme dal 1979 – conclude –. Molti studiosi ritengono che siano necessarie. Credo sia così, a patto che siano fatte bene. E io temo che le riforme volute dal governo non siano proprio fatte benissimo».